V Torneo nazionale di dibattito Palestra di Botta e Risposta

Padova, 28 – 30 settembre 2018

Tema della Finalissima: Tutto si può perdonare?

L'onere PRO: La squadra del Liceo Rinaldini di Ancona, vincitrice, nome di battaglia I Bombi Distinguendi: Gaia Maria Fringuelli, Giulia Capannelli, Rebecca Gambelli, Ludovica Sofia Diotallevi, Edoardo Terilli.

Allenatrice discorsiva: Professoressa Alessia Ascani.

Di seguito sono riportati:

  • Prologo
  • I° argomentazione
  • II° argomentazione
  • Epilogo

PROLOGO

Il perdono è l’atto del perdonare, cioè non tener in considerazione il male ricevuto da altri, rinunciando a propositi di vendetta e a qualsiasi possibile rivalsa, annullando in sé ogni risentimento verso l’autore dell’offesa o del danno (vocabolario Treccani). Solo alla vittima, a chi ha subito il male, va riconosciuta tale facoltà: questo distingue il perdono da altre forme affini.

Il termine perdono ricorre nella quaestio in senso assoluto, non vincolato né dal pentimento, né dall’espiazione del colpevole. Perdono deriva dal latino medioevale per-donare cioè donare completamente: il rafforzativo per indica l’eccezionalità del perdono. Il perdono, infatti, va posto al di là delle categorie umane ordinarie, al di là della logica giuridica. È un atto straordinario che si pone in antitesi assoluto al male.

Il male colpisce due volte: con l’azione colpevole e trasformando l’uomo in vittima e carnefice.

Il perdono porta ad una frattura nella catena logica e causale carnefice/vittima, colpa/pena, aprendo l’unica possibilità di liberazione radicale dal male.

Noi riteniamo che esista la possibilità nell’uomo di perdonare tutto.

Ne danno prova gli uomini che hanno perdonato tutto senza porre condizioni; e tale possibilità è così umana, che in psicologia si parla di scienza del perdono, come forma di terapia dell’anima. Il perdono è anche una delle virtù più alte dell’uomo, quella che consente il raggiungimento della completezza spirituale. Di questo tratteremo nella prima argomentazione.

Nella seconda argomentazione dimostreremo come questa possibilità dell’individuo ha effetti straordinari anche a livello sociale. I grandi esempi di perdono gratuito sono diventati per gli altri testimonianza concreta di questa possibilità per l’uomo di liberazione dal male e ritorno alla pienezza della vita, agendo sugli animi sia delle vittime sia dei carnefici e favorendo il processo di riconciliazione in contesti di odio e conflitto.

Negare questa possibilità sarebbe una condanna senza appello per l’uomo all’infelicità.

I° ARGOMENTAZIONE

Ripartiamo dalle premesse. Il perdono si pone al di là delle categorie ordinarie dell’uomo ed è atto che riguarda l’individuo, cioè chi ha subito il male. Il perdono e la giustizia terrena, pertanto, si trovano su piani totalmente differenti. Il perdono riguarda il singolo ed è evento eccezionale e illogico; la giustizia terrena riguarda la collettività e si basa sulle leggi della logica e della ragione. Nessun perdono può liberare un criminale dalle conseguenze terrene del suo delitto.

Il male colpisce due volte: con l’atto in sé e trasformando l’uomo in vittima. L’azione colpevole crea, infatti, un processo di contaminazione, una catena di azioni e reazioni distruttive che travolge la vittima stessa: ed è questo il male peggiore. Nulla può cancellare ciò che è accaduto ma il perdono è l’unica via, per chi ha subito il male, di rompere la causalità logica carnefice/vittima, e riprendere possesso pieno della propria vita. Tale perdono non può essere legato al pentimento o alla punizione del colpevole, perché significherebbe legare ancora una volta il destino della vittima al suo carnefice.

Non stupisce, quindi, che esista, in psicologia, la scienza del perdono. Come dice la psicologa Grazia Aloi: la risoluzione per guarire dal profondo dolore delle ferite dell'anima è: o farsi giustizia o perdonare. Farsi giustizia è come ricorrere ad un intervento chirurgico per 'amputare' la parte che sente il dolore. Ma questo 'intervento' non è mai risolutivo perché resta la menomazione come segno del ricordo doloroso. L'altra possibilità è il perdono: nessun taglio; solamente una comprensione intimamente significativa della possibilità di trasformare il dolore in calore per alimentare una nuova vita.

Il perdono è un processo psichico, ma anche una virtù. È praticabile solo se si assume una prospettiva più ampia, più alta, eroica. Due i presupposti: la condizione di fallibilità umana e l’affinità essenziale di tutti gli uomini. Si perdona l’uomo in quanto uomo. Hanna Arendt, filosofa ebrea, affermava: ‘se la colpa è insita nella struttura stessa dell’agire è necessario che sia perdonata.

Il perdono gratuito, per i cristiani è la virtù umana per eccellenza, che si pone come fine anche la conversione del colpevole e permette il raggiungimento della completezza spirituale. Che esista nell’uomo la possibilità di perdonare tutto anche il male estremo, l’omicidio di innocenti ne danno testimonianza non solo martiri e santi ma anche uomini comuni. Un esempio per tutti è Carlo Castagna, recentemente scomparso, che ha perdonato gli assassini della strage di Erba: che gli massacrarono la moglie, la figlia e il nipotino. Il perdono si pone in antitesi assoluta al male.

II° ARGOMENTAZIONE

Il perdono, pur essendo un atto individuale, investe anche la sfera collettiva ed ha un ruolo determinante nell’ambito del processo di riconciliazione fra popoli, etnie, fazioni politiche o religiose. I grandi esempi di perdono gratuito, rompendo la causalità logica colpa/pena, interrompendo il vincolo indissolubile sul piano morale che unisce il colpevole al proprio atto colposo (come afferma Paul Ricoeur), agiscono sugli animi sia delle vittime sia dei carnefici, favorendo il processo di riconciliazione in contesti di odio e conflitti altrimenti insolubili.

È l’esempio di Nelson Mandela, una delle guide morali e politiche più grandi del nostro tempo, l’uomo che ha guidato il Sud Africa al superamento dell’apartheid. Egli, dopo ventisette anni di carcere, perdonò i suoi aguzzini e insegnò a perdonare. Quando divenne il primo presidente, dopo la caduta del regime razzista, capì che doveva porre ai suoi connazionali una grande e difficile domanda: cosa dobbiamo fare a chi ci ha torturato, ucciso, tenuto in catene, umiliato? Cosa facciamo a chi ha ucciso i nostri padri, violentato le nostre madri, le nostre mogli, le nostre figlie? Siamo proprio sicuri che valga la pena di ucciderli, tenerli in prigione, punirli?

L’esempio morale di Mandela, portò il suo popolo a decidere, dopo molte discussioni, di non punire i colpevoli delle più tremende e barbariche violenze compiute in Sudafrica. Fu riconosciuto un valore maggiore della vendetta: la consolazione della vittima e la condivisione collettiva del dolore sofferto. Il nuovo governo inventa un istituto legale incredibile: i Tribunali del Perdono. Le vittime si presentano e raccontano tutto quello che hanno patito e fanno i nomi dei loro carnefici, i quali hanno l’unico obbligo di confessare i propri crimini. Mandela presidente, con il suo esempio e forza morale, ha permesso al Sudafrica di iniziare un processo di riconciliazione nazionale, di aprire una nuova pagina della sua lunga e tormentata storia, ha permesso la pace senza affondare in una sanguinosa guerra civile.

Mandela abbracciò la tesi dell’amico arcivescovo Desmond Tutu Non c’è futuro senza perdono ed egli stesso insegnò al mondo travagliato da conflitti che il perdono libera l’anima, per questo è un’arma così potente. In Ruanda, dopo l’orrore del genocidio, si istituì la Giornata del perdono. Davanti all’abominio, la giustizia terrena è impotente: il perdono resta l’unica possibilità. Anche i filosofi sostengono tale tesi, come Paul Ricoeur che afferma il perdono non annulla il fatto incancellabile, non epura la storia, ma ne depotenzia la capacità di annullare presente e futuro, e come la filosofa ebrea Hanna Arendt per la quale l’unico antidoto all’irreversibilità della storia è la facoltà di perdonare.

EPILOGO

Ripartiamo dalla questione iniziale: Tutto si può perdonare? È indubbiamente un argomento complesso, ma per noi la risposta è sì. Il perdono è l’unica maniera che l’uomo ha per riconquistare la sua serenità dopo che un male gli è stato inflitto, liberandosene totalmente; in quanto tale, perciò, lo si può considerare anche una necessità dell’uomo, oltre che una sua straordinaria capacità.

Abbiamo dimostrato attraverso esempi famosi come l’essere umano sia effettivamente capace di perdonare i suoi carnefici, per quanto grande fosse la loro sofferenza; come questa capacità non alimenti l’impunità dei criminali poiché su un piano differente da quello della giustizia e del castigo. Abbiamo, infine, dimostrato come il perdono abbia una fondamentale efficacia sulla società e sui criminali stessi, oltre che sulle vittime singole.

Risulta quindi lecito chiedersi che cos’è il perdono? È la nostra unica chance di essere felici, nonostante tutto quello che nella vita ci possa capitare. Certo, davanti ai fatti più terribili di questo mondo come carneficine, guerre civili, stermini e torture risulta quasi impossibile credere che nelle vittime ci sia spazio per qualcosa che non sia desiderio di giustizia e, perché no, di vendetta, e siamo altresì sicuri che il perdono sia un processo difficile e lungo che duri a volte addirittura una vita intera, ma siamo altrettanto convinti che ci sono persone assolutamente umane che ce l’hanno fatta: sono riuscite a perdonare orrori indicibili; hanno cambiato il mondo e riconquistato la loro felicità dando anche a molti di noi che non lo ritenevano possibile una prova concreta di speranza.

Abbiamo parlato di persone ordinarie e di persone straordinarie arrivando sempre alla stessa conclusione. Riteniamo che una civiltà basata su un perdono incondizionato sia una civiltà destinata a soccombere, ma come si può pensare che una civiltà squarciata all’interno sopravviva? Il perdono è l’unico modo che abbiamo per ricucire lo strappo dell’offesa e tornare a vivere serenamente. Il male è potente, signori, ma si può perdonare: questo è l’unico modo per sconfiggerlo e vivere in pace. È necessario aprire gli occhi e pensare più in grande di sé per fermare la catena della vendetta che da troppo tempo flagella il nostro bel mondo, anche perché, come dice Gibran, occhio per occhio e il mondo diventerebbe cieco.

Il commento dell’allenatrice discorsiva della squadra I Bombi Distinguendi, la professoressa Alessia Ascani:

Sono da sempre convinta che la formazione al dibattito, centrale nel modello educativo greco e latino, debba esserlo anche per le nuove generazioni. Visto che i ragazzi durante le meritate vacanze estive sono intoccabili e che la preparazione della squadra sarebbe iniziata solo il 3 settembre, prima di quella data ho così proceduto: raccolto e selezionato il materiale utile di approfondimento per tutti e tre i dibattiti; individuato le linee argomentative pro e contro di ogni tema; prodotto un modello concreto del protocollo.

Considerando, infatti, che dovevo in prima persona sperimentare il protocollo per poter preparare la squadra, ho scritto le parti di discorso della tesi pro e tesi contro del primo tema di dibattito entro i minuti previsti, incluso dialogo socratico, replica e difesa, da sottoporre ai ragazzi come modello (ottimizzando così anche i tempi). A settembre, nella prima settimana di preparazione con il materiale già pronto abbiamo simulato il primo dibattito, registrando tutte le difficoltà e i suggerimenti della squadra (momento molto utile per me per capire gli stili performativi e i punti di forza di ognuno). Nelle altre due settimane rimaste, per gli altri due temi, ho proceduto in questo modo (visto il poco tempo e il molto carico). Ho fornito ai ragazzi di ogni tema, sia per la tesi pro sia per la contro: la linea argomentativa, che prevede la definizione dei termini della quaestio, l’impostazione della tesi, i principi su cui fondare gli argomenti più forti, e a seguire le prove (esempi, argomenti a posteriori, analogie, citazioni etc.); il materiale di approfondimento del tema, mirato e selezionato preliminarmente per ottimizzare i tempi; indicazioni e strategie su come costruire un discorso efficace ed esporlo in pubblico. Una volta dato il quadro il più possibile chiaro e coeso per ogni posizione, da questa base i ragazzi hanno potuto procedere in modo più sicuro e autonomo, apportando il proprio contributo personale sia nella discussione sia nella elaborazione delle parti del discorso; sempre discusse e corrette insieme, perché prioritario è il gioco di squadra.

Gli incontri preparatori prima del torneo sono stati continua fonte di ispirazione. Ogni membro della squadra ha dato il suo personale contributo alla discussione e allo scambio, in termini di creatività, capacità dialettiche e logiche, capacità organizzativa. Durante il torneo, i miei Bombi Distinguendi hanno gestito il tutto in piena autonomia. È stato davvero emozionante vederli crescere ad ogni dibattito, vedere come riuscivano a far tesoro di tutte le indicazioni, di tutte le osservazioni fornite anche dai giudici e applicarle immediatamente nel dibattito successivo. Hanno mantenuto sempre alta la concentrazione, la motivazione e la coesione di squadra. Assistere alla finale è stata un’esperienza straordinaria, la più bella della mia carriera di insegnante. Che bello vederli abbracciarsi alla fine con i loro avversari!