V Torneo nazionale di dibattito Palestra di Botta e Risposta

Padova, 28 – 30 settembre 2018

Semifinale: Tutto si può perdonare?

L'onere PRO: Istituto Don Bosco di Padova, semifinalista, nome di battaglia Power of Speech: Sara Renda, Carlotta Bernardi, Alessia Marcato, Stefano Strazzabosco, Enrico Gobbi.

Allenatori discorsivi: Professor Giovanni Ponchio e Professor Matteo Lazaro.

Di seguito sono riportati:

  • Prologo
  • I° argomentazione
  • II° argomentazione
  • Epilogo

PROLOGO

Con l’aria che tira in Italia, con i discorsi che si fanno sui social, parlare di perdono sembra del tutto fuori luogo e fuori tempo. Porsi addirittura la domanda se tutto si possa perdonare appare inconcepibile. Eppure, la domanda ha un valore centrale nella nostra società e nella nostra cultura, perché in una società di eguali l’azione di perdono risulta necessaria alla composizione e alla coesione sociale.

Ma quando si parla di perdono a che cosa ci riferiamo? E che cosa intendiamo quando affermiamo che tutto si può perdonare?

Proviamo a circoscrivere l’argomento.

In primo luogo, noi pensiamo che occorra distinguere tra l’errore, l’offesa, l’azione negativa compiuta e colui che l’ha compiuta, cioè l’errante, l’offensore.

Quando ci riferiamo a quello che si può perdonare, ci riferiamo al soggetto, alla persona che ha compiuto l’azione e non all’azione in sé stessa.

La parola perdono (dono – per, perdonare – per – donare) indica un rapporto tra persone, non la sola valutazione dell’azione compiuta.

In secondo luogo, occorre sgombrare il campo degli equivoci più ricorrenti: perdono non è la giustificazione, non è l’indulgenza, il far finta che nulla sia successo e che le cose stiano come prima dell’offesa.

Il perdono implica il giudizio sulla colpevolezza dell’offensore, ma all’offesa subita il perdono non risponde con il risentimento e la vendetta, bensì con la rinuncia a queste reazioni. Segno di debolezza, di vigliaccheria, di spirito da coniglio potrebbe dire qualcuno.

Vedremo nelle due argomentazioni.

La prima riguarda il perdono sociale, ovvero il perdono come azione fondamentale per rendere consistente il tessuto di una società.

La seconda si concentra sul concetto di perdono nella struttura giuridica dello Stato italiano.

Sulle due questioni comunque continua a galleggiare la domanda: Tutto si può perdonare?

Ad essa non possiamo che rispondere in maniera argomentata.

I° ARGOMENTAZIONE

Il perdono si colloca all’interno delle relazioni sociali: la famiglia, i rapporti amicali, l’ambiente di lavoro, come una particolare azione di risposta ad una offesa subita. É evidente che l’offesa è tale quando essa è percepita e riconosciuta come intenzionale, da parte della vittima. A quel punto, l’offeso tende a reagire con l’aggressione verbale, provando astio, risentimento e pensando alle possibili vendette e ritorsioni. Insomma, la reazione più immediata è l’affacciarsi di emozioni e pensieri negativi nei confronti dell’offensore.

In che cosa consiste allora il perdono?

In un capovolgimento delle reazioni attraverso una riflessione mediante la quale la prima reazione emotiva tende a spegnersi, per dar spazio ad un atto volontario di rinuncia alla vendetta.

I più tendono ad interpretare l’atteggiamento al perdono come un atto di debolezza: “non hai il coraggio di reagire, vigliacco, coniglio”. Eppure, a pensarci bene è proprio il contrario. É molto più facile reagire all’offesa, offendendo a nostra volta e caricando la risposta con il risentimento accumulato. È molto più difficile controllare le proprie emozioni negative e capovolgere la situazione in un atteggiamento positivo magari ironico o autoironico.

Proviamo a pensare alla vita di una classe in una scuola italiana. Che cosa succede se l’insegnante valutasse le parole, gli sguardi, le azioni degli alunni come altrettante offese nei suoi confronti e reagisse negativamente alle presunte provocazioni? Sarebbe possibile vivere serenamente in quella classe? Apprendere in maniera efficace? Stabilire delle relazioni educative?

Il perdono, dunque, si inserisce all’interno delle dinamiche di relazione, come azione necessaria a promuovere comportamenti sociali, come la cooperazione, l’integrazione, l’altruismo, lo spirito di sacrificio e il senso del dovere.

Se così non fosse e ad una offesa seguisse un’altra offesa e a questa un’altra ancora, sarebbe possibile una vita sociale degna di questo nome? Nella famiglia, nella scuola, nello sport, nel mondo del lavoro?

C’è però anche un altro aspetto che è importante evidenziare nel meccanismo del perdono.

Chi perdona, essendo capace di superare le sue emozioni negative, è una persona libera, che non reagisce ma agisce in maniera consapevole e razionale, senza seguire l’istinto e il risentimento.

É questa la grande lezione che Hanna Arendt ci ha lasciato nella sua opera Vita activa:

  • solo chi perdona è libero;
  • solo chi perdona abita l’autentica condizione umana.

II° ARGOMENTAZIONE

Sulla nostra prima argomentazione qualcuno potrebbe obiettare: il perdono è un atteggiamento privato, che ognuno vive a modo suo che riguarda comunque offese modeste. Ma non è di certo possibile perdonare i delitti più efferati e gli assassini più crudeli. Lo stato e la comunità civile non se lo possono permettere, altrimenti verrebbe meno il fondamento dello stato di diritto che punisce coloro che violano la legge. Se esistesse il perdono dei colpevoli, le leggi non avrebbero senso perché la loro violazione sarebbe sempre possibile.

Ora, con questa seconda argomentazione proveremo che anche lo stato, in particolare lo stato italiano, prevede il perdono del colpevole, anche del peggiore dei colpevoli.

Procediamo per gradi.

Esistono nel diritto penale degli istituti giuridici che prevedono la cancellazione del reato, come l’amnistia oppure l’estinzione della pena come l’indulto. Per mezzo di una legge approvata dal Parlamento, è possibile perdonare i colpevoli, cancellando i reati o le pene. Si tratta però di provvedimenti che riguardano i reati minori in cui sono coinvolti persone ritenute non particolarmente pericolose sul piano sociale.

Esiste tuttavia anche un modo di perdonare i reati più gravi. È la grazia che può essere concessa dal Presidente della Repubblica e che riguarda quanti risiedono nelle prigioni italiane, anche coloro che hanno commesso i delitti più orrendi. La grazia non ha a che fare con il reato commesso, ma con le condizioni fisiche e morali del detenuto ed è affidato alla volontà del capo dello Stato.

Certo si tratta di meccanismi di perdono parziale, previsti dalla Costituzione. Tuttavia, è tutto il sistema giudiziario italiano ad essere orientato al perdono del condannato.

Innanzitutto, lo Stato non si vendica nei confronti del colpevole, perché l’articolo 13 della Costituzione recita: “È punita ogni violenza singola o verbale sulla persone, che comunque sono sottoposti a restrizioni di libertà.” Di seguito, all’articolo 26, comma 3 e 4, definisce la finalità della pena: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”. La magistratura, quindi, accerta la colpevolezza e stabilisce la pensa prevista dalla legge ma, la pena ha come proprio obiettivo non soltanto la punizione, ma la rieducazione del condannato, ossia il suo recupero sociale ed umano, mediante la trasformazione e la riduzione della pena. Dunque, la pena è certamente una punizione, ma anche il mezzo per ottenere il perdono, seppur condizionato, da parte dello Stato e della collettività.

Nessuno dunque è dannato per sempre, ma per tutti esiste un perdono possibile.

EPILOGO

Vorrei ripercorrere per un istante il dibattito di quest’oggi.

Nella nostra prima argomentazione abbiamo trattato il perdono sociale come mezzo di convivenza, mentre nella seconda abbiamo affrontato il tema del perdono giuridico, dimostrando come il nostro stesso Stato preveda il perdono.

Tuttavia, ho deciso di concludere non con una sintesi argomentata di quanto abbiamo detto, ma con una storia. Con la storia di Rocco Butrone esponente di spicco della camorra, il quale, pentito per quanto ha fatto, scrive: “Sono diventato l’esatto contrario di ciò che mi ero prefissato di diventare nella mia vita. La vendetta non fa riavere indietro una cosa che è persa: non solo mio fratello non è più tornato, in più ho distrutto la mia vita e quella delle mie vittime. Ma, dopo anni di riflessioni e di meditazioni sulle reali motivazioni, mi sono dovuto ricredere: l’unica ragione risiedeva nella volontà di vivere uno stile di vita fatto di illeciti, di sete di danaro, di guadagno facile, di mania di protagonismo e niente altro. Mi appello a voi giovani affinché non cadiate nella tentazione della trasgressione e dei facili guadagni, perché i veri valori della vita sono tutt’altro quali la libertà l’onestà, la cultura, l’amore per la propria famiglia e il rispetto della vita umana.”

Ebbene, Rocco pentito, diventato collaboratore di giustizia, ha ottenuto la riduzione di pena. La sua storia insegna che la vendetta non paga, ma che la pena può servire a cambiare le persone e che il perdono possibile può cambiare le cose. Il NON perdono è una palla al piede che incatena non solo il colpevole, ma anche le sue vittime.

Tutto può potenzialmente essere perdonato, ma sta al singolo scegliere se restare legato alla sua zavorra o essere finalmente libero.

Vi auguro, perciò, di scegliere di perdonare perché non potrei mai immaginare una vita privata della sula libertà interiore.

Il commento degli allenatori discorsivi della squadra Power of Speech, il professor Giovani Ponchio e il professor Matteo Lazzaro:

L'esperienza nasce durante l'anno scolastico 2017/2018, quando coinvolgendo alcuni ragazzi delle classi 4 e 5 siamo partiti con incontri di formazione specifica e dibattiti simulati tra squadre. In questo modo, dibattito dopo dibattito, Power of Speech è riuscita a classificarsi alla finale regionale, vinta grazie all'entusiasmo dei ragazzi e alle loro capacità retoriche e, inutile negarlo, anche recitative. Con questo bagaglio di esperienza ci siamo presentati alla finale nazionale, un momento molto formativo per i ragazzi che hanno potuto incontrarsi e confrontarsi con altri coetanei. È stato un vero piacere vedere il dibattito continuare amichevolmente anche dopo la conclusione della gara. Inoltre, è stato molto emozionante vedere i ragazzi scambiarsi gli argomenti, darsi consigli e soprattutto da un dibattito all'altro affinare la propria capacità argomentativa.

Complessivamente, la partecipazione aI Torneo nazionale è stata un’esperienza intensa, ricca di impegno ma anche della speranza che una disputa argomentata possa ancora efficacemente imporsi sugli slogan e le verità preconfezionate.