V Torneo nazionale di dibattito Palestra di Botta e Risposta

Padova, 28 – 30 settembre 2018

Tema della Finalissima: Tutto si può perdonare?

L'onere CONTRO: La squadra del Liceo Torricelli di Bolzano, finalista, nome di battaglia Questione Spinoza: Nicole Bertuzzi, Petra Pizzini, Claudio De Salvator, Andrea Incrocci, Christian Posa.

Allenatrice discorsiva: Professoressa Sara Collini.

Di seguito sono riportati:

  • Prologo
  • I° argomentazione
  • II° argomentazione

PROLOGO

Il perdono fa parte della natura dell’uomo, è vero. Chi non è mai stato perdonato o non ha mai perdonato anche solo per una sciocchezza? Ma è proprio qui che si nasconde la risposta alla domanda di oggi: Tutto si può perdonare?

Purtroppo, no, non per una semplice questione argomentativa, o per divergenza di opinioni, ma perché il perdono non sempre è possibile.

In effetti, pensandoci, è giusto che alcune azioni non vengano perdonate. Sia per una questione di diritto naturale, sia al fine di mantenere un certo equilibrio. Se, infatti, avessimo la possibilità di perdonare sempre chi ci pesta i piedi, lei o lui che sia, continuerà a farlo.

A questo punto, al fine di porre una base per le future argomentazioni, vogliamo farvi comprendere le ragioni che ci portano a credere in queste affermazioni: anzitutto bisogna partire dal significato ambiguo del verbo POTERE. Purtroppo, in italiano racchiude due ben distinti significati in una singola parola. In altre lingue invece, questa ambiguità è stata risolta; sono presenti due parole distinte. Prendiamo come esempio l’inglese o il tedesco:

  • Can o können - possibilità oggettiva, essere in grado di (fare)
  • May o dürfen - permesso, concessione, avere il permesso di (fare)

E qui ci appare chiaro come l’affermazione che c’è stata posta, in italiano, può assumere due significati, che seppur all’apparenza simili, sono in profondo contrasto fra di loro:

  • Può inteso come possibilità, ma sarebbe riduttivo e banale analizzare il topico sotto questo punto di vista, oppure
  • Permesso che dal nostro punto di vista crediamo sarebbe più ragionevole discutere sulla legittimità o il diritto che noi abbiamo di perdonare.

È proprio su questo aspetto che verteranno le nostre argomentazioni: il fatto che si possa oggettivamente perdonare implica che ciò sia giusto, lecito o legittimo?

In secondo luogo, vorremo chiarire il significato di perdono. Citando il vocabolario Treccani, perdono è: mancanza del desiderio di vendetta, astio, rivalsa e punizione.

Detto questo, possiamo immediatamente comprendere come perdonare non sia sempre permesso, anzi, in alcuni casi, è proprio sbagliato farlo. D’altronde come diceva Fëdor Dostoevskij: Le vittime non siederanno a banchetto coi carnefici.

I° ARGOMENTAZIONE

Facciamo finta per un attimo di sostenere che tutto possa essere perdonato, ossia che ciascuno di noi sia libero di scegliere se perdonare o meno, indifferentemente dalla situazione in cui si trova, dall’etica e dalla morale e così via. Subìto dunque un torto, qualsiasi esso sia, avrò la possibilità di perdonare il colpevole. Ipotizziamo dunque che io scelga liberamente di perdonarlo, e di conseguenza, vista la definizione di perdono esposta nell’introduzione, ovvero: mancanza del desiderio di vendetta, astio, rivalsa e PUNIZIONE, sarei, per mia scelta di perdonare, obbligato a non esigere nulla di ciò che ho appena detto. Ma mancando la punizione, dove sta la possibilità del reo di riconoscere il suo errore, di redimersi e di essere rieducato? Dove trovo la garanzia che la persona che io ho perdonato non reiteri il reato commesso?

In aggiunta, non starei soltanto impedendo che gli vengano insegnate le conseguenze delle sue azioni, ma starei andando contro il mio stesso principio di autoconservazione. Permettendo infatti che qualcuno intacchi in qualsivoglia modo la mia integrità personale, andrei contro le leggi di natura, che vogliono che la mia integrità sia al primo posto, permettendo ai forti di prevalere sui deboli, conducendo all’homo homini lupus.

Allarghiamo un po’ l’ottica, uscendo da quella individualista, e pensiamo a quali siano le conseguenze di tale scelta sulla società. Se lascio a piede libero un criminale violento, che io ho per ipotesi perdonato, non volendo alcuna punizione come da definizione, non sto solo andando contro me stesso, ma contro gli interessi stessi della società.

È qui che il perdono, se pur possibile, non è lecito e anzi, la società deve, al fine di auto tutelarsi, garantire che tutto ciò non possa accadere e proprio a questo scopo esistono le leggi che definiscono reato e sua conseguente pena.

Continuando il nostro esempio, esistono però degli ordinamenti giuridici i quali non presentano disposizioni ferree che i giudici sono tenuti a seguire, ma quest’ultimi possiedono una libertà decisionale a dir poco incredibile. Può infatti decidere se infliggere o meno una pena, decidere la sua durata e basarsi sulle sentenze precedenti. In un simile contesto un giudice potrebbe, essendo libero, assolvere l’imputato, creando dunque un precedente utilizzabile da altri giudici. Dunque, perdonando, andrebbe contro ciò che il suo lavoro prevede, ossia far sì che la collettività sia tutelata. Arriviamo dunque a un’impasse: se perdonasse andrebbe contro la definizione stessa di giustizia, se non perdonasse di fatto confuta la tesi tutto si può perdonare.

E se tutto ciò può sembrarvi strano, pensiamo al fatto che il sistema giuridico appena descritto è il Common Law, vigente tutt’oggi in Inghilterra, Stati Uniti, Australia e altri paesi del Commonwealth.

Quindi, dove sta la libertà di perdonare del giudice?

II° ARGOMENTAZIONE

Nella nostra introduzione abbiamo mostrato come il verbo POTERE possa essere interpretato in due distinte maniere: la prima in senso di possibilità, la seconda con il senso di essere lecito.

Nella prima argomentazione abbiamo dimostrato come non tutto è lecito che sia perdonato, mentre in questa argomentazione ci soffermeremo sulla prima interpretazione, dimostrando come non sempre sia possibile scegliere di perdonare.

Il primo caso implica che tutto possa essere sempre perdonato, ossia che una persona, messa di fronte ad una qualsiasi situazione, abbia sempre la possibilità di scegliere in maniera assolutamente libera ed incondizionata come agire. Procediamo dunque a dimostrare come ciò non sia sempre possibile.

Nel 1945 il filosofo ed epistemologo Karl Popper enuncia il paradosso della tolleranza. Esso afferma come una collettività che decide di tollerare indiscriminatamente, è destinata ad essere stravolta ed infine dominata da coloro che sono intolleranti. La conclusione apparentemente paradossale a cui giunge Popper, consiste nell’osservare che l’intolleranza nei confronti dell’intolleranza stessa, sia assolutamente necessaria al fine di preservare la tolleranza della società.

Anche un suo oppositore, John Rawls, nonostante non condivida il pensiero di Popper, giunge comunque alla conclusione che sia sacrosanto non tollerare gli intolleranti, nell’istante in cui questi vadano a limitare la mia libertà.

Analogamente dove sta la mia libertà di perdonare qualcuno che possa limitare la mia stessa libertà?

Potremmo dunque riformulare il paradosso di Popper in: una collettività che decide di perdonare indiscriminatamente, è destinata ad essere stravolta ed infine dominata da coloro che decidono di non perdonare. Anche qui la conclusione a cui si giunge è che non è possibile perdonare sempre.

Dove sta infatti la libertà nell’atto di scegliere di non essere più liberi? Non è infatti assurdo il pensare liberamente di poter limitare la mia libertà?

Allontanandoci apparentemente dal discorso, resta infatti un ultimo elemento da analizzare. Esiste infatti un ulteriore motivo e caso in cui il perdono debba essere negato. Pensiamo al crimine più efferato che ci sia, un crimine che va al di fuori di ogni umana concezione, un crimine così grave da considerarsi riprovevole: il genocidio. È infatti l’atto commesso con l’intenzione di distruggere un gruppo nazionale, etico o religioso. E di genocidi la storia purtroppo ne è piena. Pensiamo allo sterminio degli ebrei, la Shoah, lo sterminio nei gulag russi, e quello perpetrato da Mao Tse-tung in Cina, quello dei armeni in Turchia, e quello degli italiani nelle foibe e molti altri avrebbero il diritto di essere nominati. Furono tutti eseguiti con intenzionalità, raziocinio, consapevolezza, ragione, coscienza, cognizione e volontà al fine di perseguire un ideale fascista, nazista, comunista o quel che sia. Vorrei soffermarmi in particolare su quello nazista, perpetrato in maniera paurosamente organizzata, calcolata e premeditata. Come può esistere in questi casi il pentimento se l’atto commesso era proprio radicato nella volontà del carnefice. Perché sì, errare umanum est, ma perseverare diabolicum, e non ci sembra che uccidere 12 milioni di individui sia un semplice errore.

Il commento della l’allenatrice discorsiva della squadra Questione Spinoza, la professoressa Sara Collini:

Abbiamo vissuto l’esperienza del Torneo con grande entusiasmo non solo perché i ragazzi si sono sentiti protagonisti e capaci di mettere in gioco le loro abilità, ma soprattutto perché in questa occasione si è mostrata loro, con evidenza, la bellezza del corretto ragionare e la possibilità di un confronto corretto e rispettoso anche tra posizioni differenti. Siamo giunti a Padova anzitutto con l’intenzione di crescere e imparare dai ragazzi delle altre squadre, ma anche con la certezza che ci saremmo divertiti e avremmo gustato la bellezza che nasce da un corretto confronto tra ragioni diverse ma non per questo in opposizione. Così è stato: la cosa che più mi ha sorpreso è stato vedere nascere amicizie tra quegli stessi ragazzi che si sfidavano sui banchi del Torneo; è stato ritrovarli, terminate le dispute, a proseguire tra di loro un dialogo sui temi appena dibattuti; è stato al termine della finale vedere le due squadre abbracciarsi sul palco.

Durante le tre giornate del Torneo i miei alunni si sono messi in gioco con sempre maggiore passione e serenità, nonostante la normale tensione in certi momenti vissuta. L’emozione più grande è stato affrontare il dibattito finale; ammetto l’orgoglio che ho provato nel vedere quei ragazzi sfidarsi su un tema tanto bello ma altrettanto difficile quale Tutto si può perdonare?

Sono tornati a casa entusiasti e felicissimi per tutta l’esperienza vissuta. Uno dei miei alunni sul treno di ritorno ha detto: «Mi dispiace solo per una cosa, che tra qualche mese comincerò fisica all’università e probabilmente non potrò più partecipare a un’esperienza come questa! È un’esperienza che educa a spalancare la ragione!»

Per quanto riguarda il metodo di preparazione, ho sempre cercato di insegnare ai miei alunni attraverso l’insegnamento della filosofia che la verità non è mai una cosa che si può imporre, piuttosto qualcosa che si può sempre ricercare anche attraverso la compagnia di chi non la pensa come noi. Cerco, infatti, di insegnare all’ascolto attento e ragionato – frequentissimi sono gli esercizi di logica su cui faccio lavorare - di chi dialoga con noi anche attraverso i testi di filosofia, ed esercito molto nella replica alle posizioni apprese, replica che deve fornire sempre almeno una ragione. Insisto molto sull’idea che un giudizio senza ragioni rischia di imporsi con la violenza.