Le donne della mia retorica

Oggi è la Festa delle Donne. E io, chi sono? Io sono il regalo.
Cetto La Qualunque

Tra due giorni il mondo femminile sarà in festa. E noi con loro. Infatti, mercoledì, 8 marzo, è un giorno speciale, o, per meglio dire, un giorno storicamente più speciale degli altri 364 di ogni anno. Perlomeno così dovrebbe essere. In ogni caso, per questo giorno speciale, da buon geek un po’ chic con il pallino della retorica vorrei rendere omaggio a tutte le donne che ho avuto la fortuna di incontrare on e off line sul cammino della mia vita. In questo mi faccio accompagnare dal mitico Cetto La Qualunque che ha sempre una bella parola per tutti e ancora di più per le donne. Io da buon rhetofan mi associo agli auguri, ma mi dissocio dalle idee. Senza offesa, caro Cetto! :-)

Come puoi immaginare il titolo dell’articolo di oggi è provocatorio: io non ho una retorica, semmai sono retorico perché parlo di retorica. E le donne presenti in questo articolo c’entrano con la mia retorica solo da un punto di vista intellettuale. Loro mi hanno accompagnato su diversi sentieri della mia vita. A loro mi sono ispirato in diversi momenti della vita. Da loro ho preso spunti e trovato la motivazione per dare luce al progetto #rhetofan e superare gli inevitabili momenti critici incontrati nei sette mesi dal suo lancio. Tutto questo senza mai incontrarle di persona. Mai scambiati un’e-mail, mai un messaggio. La nostra relazione viaggia a suon di bits, sulle autostrade del web. Almeno per il momento.

Visto che qui siamo in ambiente online vorrei presentarti otto tra le donne che sono state, come dicevo, di grande ispirazione intellettuale in diversi momenti e su diversi sentieri della mia vita.

Andiamo oltreoceano per presentarti la giovane Adora Svitak che quest’anno compierà 20 anni. Ho incontrato Adora mentre cercavo nuovi spunti per migliorare le mie prestazioni da allenatore discorsivo nella Palestra delle Parole. Andando di qua e di là in giro per il web l’ho vista in occasione di un suo discorso non proprio recente ma tutt’oggi attuale. Era il 2010 e Adora aveva 12 anni quando salì sul palco e fece questo applauditissimo discorso che mi ha profondamente colpito e fatto riflettere. Dopo averlo visto, andai a gironzolare per il web a caccia di approfondimenti: questo video realizzato quando era ancora bambina riassume in tre minuti il suo pensiero. Da grande invece è diventata una fervente femminista. Ogni tanto la puoi incontrare sull’edizione americana di Huffington Post. Due esempi: quando chiedeva se avresti comprato questo per tua figlia, o mentre parlava dell’importanza dei data e soprattutto delle scienze umani.  

Già che siamo negli States ti presento Amy Cuddy, una rispettabile professoressa di psicologia sociale alla Harvard Business School che si è fatta un nome nel settore con questo cliccatissimo intervento alla TED. La sua lezione sul linguaggio del corpo ha fatto di questo video il secondo più visto di tutti i tempi e di tutti palchi TED. La sua filosofia è racchiusa in poche, semplici parole, che potrebbero suonare così: “Fa’ la posa giusta!” Confesso di non aver ancora letto il suo libro Il potere emotivo dei gesti pubblicato di recente anche in Italia ma di aver visto il suo video al meno tre volte. Repetitia iuvant :-)

Sempre negli Stati Uniti ti posso presentare Nancy Duarte. Con lei è stato un’emozionante incontro che mi ha aiutato a capire qualcosina di più sulla struttura dei grandi discorsi. In questo video spiega come sono stati concepiti i discorsi di due pezzi da novanta della recente oratoria: Martin Luther King e Steve Jobs. Se vuoi mettere in atto una potente call-to-action hai poche scelte: devi farti un giro sui sentieri della retorica e dare una sbirciatina alla sua lezione. Tra le più vicine, professionalmente parlando, il suo motto è You have the power for change the world. Mi piace e se guardi la sua lezione vedrai che non è solo un cliché. In italiano, volend,o puoi trovare la sua idea de La ricetta del discorso perfetto.

Torniamo a casa nostra, non prima di fare una breve sosta dai cugini d’oltralpe. Qui vorrei presentarti Sophie Marceau, una famosa e splendida cinquantenne senza la quale il cinema francese sarebbe stato decisamente più povero. È una delle attrici che apprezzo di più anche per il profondo affetto che mi lega alla Francia e alla lingua francese. Si è fatto posto in questo ristretto gruppo di donne della mia retorica per le emozioni che ha suscitato la visione di molti dei suoi film. Due fra tutti: Il tempo delle mele 1 e 2, il suo esordio cinematografico, e Carissima me che ho visto e apprezzato insieme a mia figlia poco dopo aver festeggiato i suoi sette anni. In italiano, ne parla diffusamente questo articolo di qualche mese fa.

Infine, arriviamo in casa nostra dove vorrei presentarti Annamaria Testa che, in realtà, non ha bisogno di alcuna presentazione. Lei è una tosta che ha pochi rivali quando si tratta di comunicazione e creatività. Se non la conosci o se non ci credi, fatti un giro nuovo e utile proprio sul suo nuovoeutile. Vedrai che sarai d’accordo con me. Anche se non l’ho mai incontrata al di fuori del mondo virtuale, è per me tutto ciò che la parola mentore racchiude in sé. Grazie al web, alla mia passione per la comunicazione e alla sua collaborazione con la prestigiosa rivista Internazionale ho avuto la fortuna di scoprire, apprezzare e seguire Annamaria Testa da molto prima del lancio del progetto rhetofan avvenuto nel settembre 2016. Nel suo ultimo articolo mi ha fatto conoscere una bionda avvenente e energica in grado di tenere la scena con la sicurezza di una rockstar. Si riferiva a Daniela Lucangeli e uno dei suoi ultimi interventi sulla classe capovolta. Approfondisco. Puoi farlo anche tu. Partendo da questa brillante video lezione tenuta dalla stessa prof Lucangeli sull’intelligenza numerica.

Luisa Carrada è un’invaghita delle parole che ho incontrato, anche lei, casualmente nei miei vagabondaggi in Rete. Luisa si è guadagnato pienamente la mia ammirazione quando ho letto sul suo blog un articolo su un'introvabile libro in lingua italiano di un autore che apprezzo e che cito occasionalmente nei miei articoli. Si tratta di Jay Heinrichs e del suo L’arte di avere sempre ultima parola che in sua versione originale – Thank you for arguing – è decisamente più facile da trovare.

Aver letto e apprezzato lo stesso libro mi ha fatto sentirla molto vicina. Seguo, mi ispiro e cerco di copiare il meglio della sua scrittura e del suo essere professionale tenendo sotto vigile osservazione il suo blog. Se non hai notato alcuna somiglianza nello stile di scrittura e perché o sono stato abbastanza bravo da nasconderlo o abbastanza scarso da non raggiungerlo. In ogni caso, continuerò a seguirla.

Sempre in terra italica e sempre virtualmente parlando, ho recentemente incontrata questa fanciulla veneta che si chiama Bebe Vio. Sono rimasto moltissimo colpito della sua storia che ho scoperto in parte sul suo blog, in parte guardando questo video grazie all’articolo pubblicato da Il Post qualche mese fa. Il suo esempio di determinatezza e la sua forza di volontà equivalgono a un  paio di sberle e un pugno nello stomaco tutte le volte in cui sulle labbra si intravedono frasi tipo Non ce la faccio (più), Non (so se) ci riesco o variazioni sullo stesso tema. Personalmente, ho bandito da tempo queste frasi dal vocabolario famigliare, ma, ora, dopo aver conosciuto lei, giuro che mando a farsi una santa riflessione tutti coloro che osano solo a pensare che non ce la possono fare. Non importa di quale campo si tratta. Ecco, se nella tua valigia di frasi (pre) fate, tieni in bella vista pensieri vittimizzanti come quelli di sopra, vai tranquillo, guardati il blog di Bebe e rifletti per cinque minuti alla sua storia. Poi magari ne riparliamo. Sempre che ce la puoi fare.

Infine, concludo le presentazioni con lei, la mia rispettata connazionale, ex sportiva e cittadina americana da parecchi anni. Nadia Comăneci è nata a 50 kilometri da casa mia natale e se dai il suo nome in pasto all’amico Google ti saltano fuori più di cinquecento mila risultati che associano al suo nome la parola PERFEZIONE. Nel 1976, a 14 anni e in occasione dei Giochi Olimpici di Montreal, Nadia mise a tacere il mondo con un’esibizione perfetta che le valse il titolo di Miss Perfezione e mando in tilt la tecnologia canadese di allora: per la sua perfezione non c’era voto. Il 10 non era ancora inventato, i computer erano programmati per assegnare voti fino al 9,99. Ma quel giorno di luglio, a inventare il 10 ci pensò la ragazzina di 14 anni che diventò in seguito simbolo di una generazione e vanto propagandistico per un Paese sceso negli inferni del socialismo autoritario. Con lui anche lei fino a quel novembre del 1989, pochi giorni prima della fuga presidenziale del Natale '89 e il casino sociale, economico e culturale che ne segui. Ma lei era già negli States dove vive tuttora occupandosi di quello che sa fare – è proprio il caso di dirlo – alla perfezione. La ginnastica. Se vuoi scoprire di più sulla sua parabola umana puoi dare un’occhiata sul suo sito, in inglese, oppure leggere questo articolo sul primo 10 alle Olimpiadi. In ogni caso, sapere che la Perfezione è nata a casa mia mi rende orgoglioso. E sapere di essere concittadino di una delle più brillanti stelle sul firmamento dello sport mondiale significa anche una grande responsabilità. Che mi spinge a fare qualcosa di simile. Qualcosa di importante. O perlomeno di provare a fare qualcosa di importante.

Ecco, alle donne che non conosco e che mi hanno ispirato e alle donne che conosco e che continuano a ispirarmi un originale e affettuoso augurio che lascio fare alla Sconsolata :-)

Da parte mia buona settimana e un grazie di cuore.

Foto di Stefano Mortellaro 

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