La ricerca del consenso

Fino a che non avete imparato a essere tollerante con chi non è sempre d’accordo con voi; fino a quando non avrai prima coltivato l’abitudine di dire qualche parola gentile a quelli che non ammiri; fino a quando non avrai l’abitudine di cercare il bene invece del male negli altri, non avrai né successo né felicità.
Napoleon Hill

Siamo tutti un po’ retori anche se non del tutto convinti. A casa, in azienda e … dappertutto! Siamo tutti un po’ retori perché stiamo trascorrendo gran parte della nostra vita in cerca di consenso, che spesso chiamiamo assenso, accordo, adesione. Cerchiamo il consenso nelle relazioni che costruiamo e, a volte, perdiamo, perché non più in linea con la nostra idea di consenso. Nei luoghi che vediamo e in quelli che abbandoniamo. Nei film che guardiamo e in quelli a cui rinunciamo. Nei libri che leggiamo, nelle conversazioni che portiamo, negli obiettivi che ci poniamo. Ovunque siamo, fisicamente o mentalmente, siamo perché spinti da una mola profonda del nostro essere: la ricerca del consenso

Leggiamo qualche definizione della parola consenso.

Lo Zingarelli cartaceo dice: “approvazione, appoggio, favore”; “concordia di volontà, giudizi, sentimenti e simili, o accordo su un punto specifico fra due o più persone”; “assenso, benestare, permesso”.

L’enciclopedia Treccani on line alza il tiro e ci presenta dettagliatamente il consenso come “un principio costitutivo dell’ordine sociale” e “un fattore di equilibrio e coesione” sottolineando la sua presenza “alle origini stesse della scienza sociologica”.

Il consenso è, pertanto, una cosa seria. Molto seria. Per raggiungerlo ci vuole impegno. Strategia, Tattica. Esercizio. Ed è qui che entra in gioco la retorica, l’arte di parlare con arte, vecchia due mille e passa anni, ma di grande fascino ora come allora. La retorica c’è, eccome!, “là dove il fine è la persuasione, cioè il raggiungimento di un consenso ottenuto per vie pacifiche, graduali, facendo presa su tutte le facoltà della controparte: non solo l’intelletto, ma anche la volontà e la sensibilità”. Lo disse più di 50 anni fa uno che alla retorica dedico gran parte della sua vita. Si chiamava Charles Perelman e scrisse a quattro mani, insieme a Lucilla Olbrechts-Tyteca il Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica un librone di 500 e passa pagini che rida lustro all’antica arte di parlare e mette l’argomentazione al cuore della quotidianità umana.

Anche dopo di loro ci furono alcuni che si diedero alla retorica cercando di illustrare le virtù, ma soprattutto la necessità di questa meravigliosa arte nella società postindustriale. Ce ne sono alcuni, dicevo, ma io mi soffermo a due: il primo, francese di origini, si chiamava Olivier Reboul. Passo a vita migliore nel 1992, ma fece in tempo a scrivere l’Introduzione alla retorica. Il secondo è Jay Heinrichs, nostro contemporaneo, che oltreoceano lasciò perdere una carriera di giornalismo per dedicarsi anima e corpo alla retorica. In un chalet di una remota campagna del New Hampshire scrisse Thank you for arguing che in italiano fu tradotto così: L’arte di avere sempre l’ultima parola.

Tuttavia, tra i libri scritti sulla retorica, il testo fondamentale, nonché il più antico rimane quello di  Aristotele.

La lettura del libro può risultare difficile e a tratti noiosa. Nonostante certe frasi sembrino apparentemente contorte la Retorica è un libro-indagine sulla natura umana, capace di portarti sui culmini del piacere intellettuale. È un libro illuminante che mette insieme concetti e nozioni oggi spartiti tra diverse scienze sociali, come la comunicazione, la sociologia, la psicologia, la linguistica e i suoi cugini psico & socio linguistica.

La Retorica di Aristotele è un libro per tutti. È un abbecedario. L’abbecedario della comunicazione di qualità.

Queste letture mi hanno fatto capire che uno dei motivi per cui ci alziamo dalla sedia per fare delle cose è la ricerca del consenso altrui. Sempre essa, la ricerca del consenso, muove popoli e stati, industrie e economie.

La ricerca del consenso è la più sociale delle umane attività. Una volta raggiunto, il consenso si trasforma in felicità, quella gratificante sensazione di benessere che ci rende allegri e disponibili, gentili e motivati, accoglienti e tolleranti. Gratificati.

Foto di EnKayTee

commenti sul blog forniti da Disqus