La comunicazione passiva: come riconoscerla

Non si può non comunicare.
Paul Watzlawick

Nell'articolo di oggi continuiamo l'esplorazione, da un punto di vista retorico, delle tre tipologie di comunicazione. 

Dopo la comunicazione assertiva di cui ho parlato nell'articolo della scorsa settimana, vediamo qualche tratto disitintivo della comunicazione passiva e del comunicatore passivo.

La comunicazione passiva è lo stile di comunicazione più lontanamente retorico dal finestratissimo Laboratorio della nostra Intelligenza Retorica. Chi comunica passivamente tende a compiacere agli altri, a ingigantire le conseguenze delle proprie azioni e a colpevolizzarsi per i propri errori. Ha, inoltre, una marcata ansia sociale, paura della disapprovazione e ha la tendenza a giustificare e giustificarsi. Nulla a che vedere con l’Intelligenza Retorica appunto e con i suoi due fidatissimi assistenti Esperienza e Cultura.

La comunicazione passiva si riconosce nelle persone che stanno nell’angolo più lontano della scena discorsiva: hanno difficoltà ad affermare le proprie opinioni, a mostrare le loro emozioni e a prendere decisioni in un evento comunicativo.

L’insicurezza, la paura del confronto, la carenza di autostima determinano nel comunicatore passivo un’elevata ansia discorsiva e un notevole timore della disapprovazione. La sua esistenza tende ad appiattirsi su idee e opinioni altrui. Ha un comportamento a riccio: si rinchiude in sé stesso e abbandona la scena discorsiva sentendosi inadeguato e poco compreso dal suo interlocutore.

Chi parla in maniera passiva segna i propri confini culturali accentuando le diversità a scapito dell’interazione collaborativa. Rivela, negli scambi verbali, una scarsa capacità empatica. Quando si tratta di un problema più delle volte preferisce sorvolarlo invece che affrontarlo. E anche quando decide di affrontarlo, lo fa con un marcato senso di sofferenza, di fatica e di frustrazione. È relativamente facile notare nel comportamento discorsivo dei passivi la distanza tra il dire e il fare (che varia al variar del proprio mood) e la paura di impegnarsi nelle conversazioni, nelle relazioni e nelle azioni. Il passivo è un interlocutore difficile, ermetico, oscuro, intimidito e non di rado con tendenze di verbale aggressività.

Ci sono diversi marcatori linguistici che segnalano la comunicazione passiva: affermazioni vaghe (ma sì … forse … può darsi, non saprei …, non mi ricordo …), frasi incompiute, lasciate in sospeso (con il compito implicito dell’interlocutore di riempire i puntini …) ripetizioni, espressioni di giustificazione (ah, ma perché …, eh ma perché lui …, è lui/lei che ….), autocommiserazione (ah, ma io non posso, non so, non ci riesco …) e minimizzazione dei propri bisogni e interessi (ah sì, ma io non è che voglio …, ah, ma a me basta poco … e comunque io non ce la faccio …). Con i comunicatori passivi, le conversazioni si esauriscono in fretta a causa di una marcata ansia di confronto e di dibattito.

Il comportamento discorsivo del comunicatore passivo è il risultato di un’intelligenza retorica poco valorizzata in un Laboratorio visibilmente abbandonato. Non si presta a un confronto retorico e accetta passivamente la volontà discorsiva dell'interlocutore. E chi cerca continuamente l’approvazione degli altri evitando il confronto diretto, difficilmente riuscirà a sostenere un punto di vista e ad argomentare con vigore la propria posizione discorsiva.

Ci vuole, allora, una bella scossa retorica per smettere di subire la vita seduti scomodamente in panchina discorsiva. Ci vuole impegno nelle parole, nei pensieri e nei comportamenti per imprimere alla vita una direzione retoricamente intelligente.

Sì, ci vogliono Cultura ed Esperienza ad affiancare l’Intelligenza Retorica per fare della materia prima discorsiva puntualmente fornita dalla Curiosità, delizie retoriche di prima scelta. E per evitare di fare la fine di Magda o di Furio i cui atteggiamenti discorsivi sono visibilmente e miseramente poco retorici.

Buona settimana.

Foto di Guillaume Andreux

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