Il fallo retorico

Non voglio che il mondo sia tutto un coro Coca Cola in magica armonia: armonia significa unanimità, e la storia ha dimostrato quanto sia spaventosa l’unanimità. Preferirei giocare la partita senza regole della retorica, solo con qualche minima regola.
Jay Heinrichs

Quando vedi due o più persone che trattano, si confrontano, dibattono facendo parecchia attenzione all’espressività discorsiva, al tono della voce, ai gesti, allora sei di fronte a un caso emblematico di comunicazione di qualità. Efficace ed efficiente. Persuasiva.

Dinanzi a questo spazio di confronto e di dibattito meglio mettersi comodamente e gustarsi lo spettacolo. Sei comodo?Ecco: Erin Brockovich davanti all’avvocato Sanchez.

È retorica in tutto il suo splendore.

In realtà, la questione non è sempre così semplice come potrebbe sembrare. La nostra quotidianità sociale, professionale e famigliare, lo sai anche tu, non è poi così generosa da offrirci spazi e tempi per un sano combattimento retorico. Bisogna, invece, andare a cercarselo. Certo, l’allenamento per essere all’altezza di una tale sfida richiede tempo, pratica e costanza. È di assoluta importanza e gioca a tuo favore. Tuttavia, come la vita di tutti giorni ci insegna, anche se ben allenati si può inciampare, cascare e commettere qualche fallo retorico.

Non si discute mai l’indiscutibile ci suggerisce garbatamente Jay Heinrichs, americano con la fissa per la retorica, autore dell’introvabile L’arte di avere sempre l’ultima parola (meglio ripiegare sull’edizione inglese Thank You for Arguing, decisamente più reperibile). È da lui che prendo in prestito l’espressione fallo retorico. Ammonisce Heinrichs, con la sua trovata linguistica: “non bloccate l’argomentazione. Qualsiasi cosa le impedisca di raggiungere una conclusione soddisfacente va considerata un fallo.”

Per capire come funziona, ecco un paragone inedito, ma eloquente. Heinrichs suggerisce di parlare di calcio e di immaginare un partita “senza regole” in un campo senza linee in cui si possa marcare e commettere fallo in qualsiasi modo. L’unico scopo in quest’ipotetica partita è mettere la palla in rete. Sebbene il gioco possa farsi duro, finche tutti mantengono un giusto atteggiamento è ancora possibile giocare. Che cosa accadrebbe, invece, se i giocatori andassero oltre e iniziassero a prendersi a calci nell’inguine? A quel punto il gioco si guasterebbe. Oppure, se ci fosse una sola palla e un giocatore la prendesse e la portasse a casa, il gioco dovrebbe interrompersi del tutto. Persino un gioco “senza regole” deve avere alcune regole minime: servono una palla e uno scopo, e i giocatori devono giocare.

Nello spazio di confronto e di dibattito che potremmo chiamare arena retorica, proprio come quella in cui Erin Brockovich affronta e stende brillantemente l’avvocato Sanchez, succede con gli argomenti ciò che succede con la palla nella partita “senza regole” di Heinrichs. C’è un obiettivo, portarsi a  casa un’onorabile vittoria retorica e tutti rimangono concentrati sul trovare la parola giusta al momento giusto, nel contesto più appropriato. Il gioco si fa duro – ci si difende da un comportamento discorsivo, sotto forma di patteggiamento giudiziario, rozzo e poco corretto, da alcune emozioni intense e da un linguaggio poco raffinato, se sei di fronte alla Brockovich e la fai incavolare. Comunque sia, la partita va avanti. L’argomentazione può arrivare alla conclusione a patto che nessuno la trasformi in una battaglia diversa da quella retorica o la snaturi. Altrimenti si pecca di discutere l’indiscutibile. Qui, a dire la verità, siamo al limite, per via di quell’indecente proposta di patteggiamento.

Ora, mettiamo da parte calcio, patteggiamenti indecenti e metafore e vediamo qualche fallo retorico da evitare per non arenarsi nel campo dell’indiscutibile:

  • il pensiero in bianco e nero: “o cosi o cosa” non è contemplato nell’arena retorica. In realtà ci sono sfumature diverse di verità, di amicizia, e il bello e il brutto tempo della vita dipende in larga misura da come alla vita vogliamo guardare. Quando hai finito di leggere il post, concediti la visione di questo divertente e cliccatissimo video. È lo psicologo Shawn Achor al TED.
  • lo spaventa presente è come un muro oltre il quale c’è nulla. Se immagini un futuro peggiore, limitato, fermo, qualsiasi cosa dica Mister President Trump o chi per lui, alzi da solo i muri antiretorici della tua vita. Meglio guardare invece al futuro con curiosità, come a uno spazio da conquistare passo dopo passo, giorno dopo giorno con i tuoi più fidati strumenti: le tue parole che nascono dai tuoi pensieri e diventano argomentazioni che poco a poco si trasformano in azioni.
  • gli occhiali appannati con cui ci facciamo un’idea tutta nostra quando non ci accontentiamo o non ci fa comodo accettare le cose per come ci vengono mostrate. In questo modo rischiamo di distorcere la realtà, è non è una distorsione metaforica questa. È facile, in questo contesto, trovare pretesto per riversare sull’interlocutore rabbia e rancore invece di confrontarsi con rispetto discorsivo nell’arena retorica. Aggiungo: le migliori conclusioni avvengono in presenza di riscontri alle nostre ipotesi. Se la teoria non va mai confusa con la pratica, lo stesso dicasi per la teoria e la realtà dei fatti: da non confondere.
  • il naso all’insù: è ingenuo pretendere di conoscere i pensieri e gli stati d’animo altrui senza che siano stati espressi, o aspettarsi che gli altri riescano a leggere i propri. Ci sono persone che credono sia dovere degli altri capirli intuitivamente. Se ciò non succede si dimostrano confusi e perplessi. Frasi del tipo “Intendevo…”, “pensavo che …”, “credevo che …” sono marcatori linguistici di un pensiero che va troppo veloce. È difficile, se non impossibile sapere con precisione ciò che è bene per gli altri in mancanza di riscontri concreti. Allo stesso modo, un errore comune è azzardarsi di interferire con le vite altrui sostenendo di aver fatto quel che si è fatto per il loro bene. Il bene, il giusto, il vero che abbiamo in mente noi non sempre coincide con il bene, il giusto e il vero altrui. È buon’abitudine ricordarselo quando ci capita di dover relazionarci con qualcuno a casa, in azienda e … dappertutto!

Un vita retorica è una vita responsabile che richiede onestà e buon senso discorsivo. Prendersi cura di questa piccola, vecchia cosa di assoluta importanza chiamata retorica è nientemeno che prendersi cura di sé stessi. Perché, come osserva un altro arguto giornalista d’oltremanica stavolta, Sam Leith, nel suo Fare colpo con le parole: “La retorica  è ovunque ci sia il linguaggio, e il linguaggio è ovunque ci siano le persone. Essere attratti dalla retorica equivale a essere attratti dalle persone, e comprendere la retorica è in buona parte capire il prossimo.”

Con lui mi trovo d’accordo quanto dice che, a differenza di Platone, suo maestro, Aristotele, El Maestro, ha capito che viviamo in mezzo alla gente abituata a parlare e a confrontarsi con lo scopo di persuadere. Aristotele si è messo con impegno a riflettere sulla mente e sull’anima umana per capire meglio com’è che si può persuadere con la retorica. Poi ci ha lasciato questo meraviglioso scritto dal titolo Retorica. E noi, dopo duemilacinquecento e passa anni, siamo sempre lì. A frugare tra i suoi pensieri. Com’è piccolo il mondo, vero?

Ti saluto con questo pensiero: il vero obiettivo della retorica è stare bene con se stessi e insieme agli altri. Perciò, evitate i falli retorici.

Buona settimana.

Foto di Dion Raftopoulos

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