I Millennials sono pigri e infelici ... oppure no?

Perché, si fa tanta fatica a credere alle cose belle mentre a quelle brutte ci si crede subito?
Nicola Carati in La meglio gioventù

 

Nell’articolo della scorsa settimana, All’alba della vita non si può ricordare nulla, ma sperare tutto, ho riportato un brano tratto dal Libro II della Retorica. Si tratta della parte in cui Aristotele descrive il carattere dei giovani.

I giovani dell’antica Grecia non sono tanto diversi da quelli di oggi, salvo per l’etichetta che viene loro attribuita: mentre El Maestro li chiama giovani e li vede animosi e pieni di speranza, di temperamento caldo e desiderosi di onori, oggi li chiamiamo Millennials o Generazione Y e li vediamo tecnologicamente dipendenti e difficile da gestire, impazienti e infelici.

Per inciso: stiamo parlando di un disastro socioculturale, una piaga demografica apparsa negli ultimi 20 anni del ventesimo secolo. Sono i nati tra un click e i primi touch, che la demografia piazza dopo la Generazione X, fino all’altro ieri ancora più sfigata, e prima della Generazione Z che sarà, con buone probabilità, ugualamente targata. Per un panorama sull’aria che tira tra le generazioni passate, presenti e future La 27esimaora di Corriere della Sera dedica questo pezzo, non recente, ma attuale.

Di recente, invece, è il putiferio scatenato nell’italico mondo virtuale a seguito della pubblicazione, peraltro a cura di un rispettato blogger che seguo da tempo, di una videointervista registrata a settembre 2016. Il video, sottotitolato in italiano, descrive accuratamente i giovanotti Millennials: una generazione – poverina! – sfortunata, narcisista, egoista, dispersiva, pigra, dopata di gratificazioni istantanee, medagliata di medaglie che non merita e con l’autostima di uno zerbino. Il video, c’è da dire, ha altamente surriscaldato la websfera, motivo per cui alcuni giornali hanno raddrizzato le orecchie e preso nota; qui un esempio per tutti.

Mi sono messo le mani nei capelli e chiesto: ma le cose stanno proprio così?

No, le cose non stanno proprio così con tutto il mio rispetto per il blogger italiano che ha pubblicato il video e per l'intervistato Simon Sinek che conoscevo per via di questo apprezzatissimo intervento alla TED. No, le cose non stanno proprio così per tre motivi:

In primo luogo: se è vero che molti dei Millenials non hanno vita facile per un complesso insieme di fattori sociali e culturali, politici ed economici affermare che

Abbiamo una generazione che ha poca fiducia in se stessa e non ha mezzi per affrontare lo stress

mi sembra un pelino azzardato. Se i Millennials hanno indiscutibilmente accesso all’informazione più di chiunque altro essere umano nella storia dell’umanità e se è vero che parecchia informazione presente in rete andrebbe gettata alla prima pattumiera della storia, è altrettanto vero che su web possiamo trovare una notevole quantità di informazioni di altissima qualità, compresa quella per domare lo stress quotidiano e quella per rivalutare la fiducia in se stessi. I link che trovi in questo articolo ne sono un modesto esempio. Cercare informazione su web non e poi così lontano dal cercare un buon libro in una biblioteca. Richiede tempo, fatica e concentrazione. E anche il risultato in fini dei conti è identico: la gratificazione di aver messo le mani o, per meglio dire, gli occhi su qualcosa di buono, utile e istruttivo.

In secondo luogo: ci sono diversi dati che dimostrano che quella massa di

incapaci a raggiungere una vera gratificazione nel lavoro e nelle relazioni

(ma che cosa significa una “vera gratificazione”?!?), i nativi digitali come pure sono conosciuti i Millennials, non sono quel disastro sociale e culturale di cui sentiamo parlare. Sempre nel 2016, qualche mese prima dell’intervista rilasciata da Sinek, su The Guardian usciva un articolo a firma di Stephen Koukoulas, un autorevole economista australiano. Titolo? “I Millennials dovrebbero smettere di frignare. Sono più istruiti e pagano meno interessi” (mia trad.). Dati alla mano, Koukoulas sostiene che i Millennials di oggi non stanno peggio dei loro genitori alla loro età. Anzi: sono più istruiti, hanno accesso a lavori meno duri e possono accedere a mutui con tassi inferiori a quelli pagati dai loro parenti. L’economista australiano si spinge oltre e predice: l’attuale Generazione Y vivrà meglio quando arriverà alla stessa età dei loro parenti. Ci fu poi Osman Faruqi a contraddire Kokoulas che ribatté prontamente sul suo blog.

Ora, sul fatto che non è tutto oro quel che luccica siamo d’accordo ed è sempre The Guardian a fare il punto, anche sui Millennials italiani. Tuttavia, non mi pare che ci sia neanche tutta questa disperazione sociale e culturale tra i Millennials in giro per il mondo. Chi ha iniziato ad avere un accesso diffuso alla conoscenza? I Millennials. Chi ha iniziato a girare il mondo senza spendere una cifra? Giusto, i Millennials. Chi gironzola per l’Europa senza passaporto, ma solo con la carta d’identità e paga con la stessa moneta in 19 paesi diversi? I Millennials, risposta esatta. È poco? Forse. Ma rispetto alle generazioni prima è, decisamente, tanto.

In terzo luogo e poi taccio. Per uno strano incidente della mia storia personale all’università ci sono andato insieme a loro, ai pigroni della Generazione Y, io che provengo dalla generazione prima, quella fino all’altro ieri ancora più sfigata: la Generazione X. Ho avuto il privilegio di conoscere tanti Millennials, e, no, non sono narcisisti, né egoisti, né dispersivi e né difficili da gestire. Non più di quanto lo ero io alla loro età. Per quanto ho visto, cercano la felicità come noi, come i nostri genitori e come i genitori dei nostri genitori. E sempre come loro vogliono lavorare e portare a casa una dignitosa pagnotta. Amano impacciati come noi e come i nostri, prima. Costruiscono amicizie che alle volte perdono e che poi ritrovano. Proprio come noi. E sanno che le interazioni della loro quotidianità hanno parti oscure, sono incasinate e crescono lentamente. In più, hanno uno spirito critico più acuto e sono più informati proprio perché le frontiere della conoscenza sono più liquide e l’accesso all’informazione più diffuso.

E, sì, hanno anche un maledetto utilissimo smartphone in tasca. Croce e delizia di chiunque vuole stare ai passi con i tempi e allo stesso tempo non farsi tecnologicamente intossicare. Simon, hai ragione a incazzarti con quelli che alla riunione tengono i telefonini sotto mano, anzi sotto occhio. Hai anche ragione a prendertela per un po’, ma solo per un po’, con i genitori troppo nerd che preferiscono i figlioli davanti a uno schermo piuttosto che tra i piedi. Ma i Millennials, nonostante tutto, sono anche quelli che sanno di più, che viaggiano di più e che hanno insegnato ai loro genitori la videoscittura, come comprarsi un libro a mezzanotte e come pagare le bolette dopo l'ora di chiusura dello sportello bancario. Allora, quando è che hanno smesso di cercare l’informazione per dipendere dall’informazione?

In ogni caso, il mezzo, l'incriminato smartphone, non è il problema, ma l’uso che se ne fa di esso e su questo siamo d’accordo. Tuttavia, di uno smartphone, mannaggia lui!, sono io che decido cosa farmene: cazzeggiare in rete, leggere, ascoltare musica, o semplicemente tenermelo buono in tasca e godermi il paesaggio umano che mi circonda.

Per quel che vedo c’è parecchia vita al di fuori di uno smartphone. E sempre per quel che vedo, ce ne sono anche molti Millennials a vederlo. D'accordo, non tutti, ma tanti. Quelli retoricamente intelligenti, ad esempio, che ad Aristotele piacerebbero un sacco.

Ti auguro una buona settimana. E tieniti quell’aggeggio in tasca. Anche se squilla :-)

Foto di Elizabeth Hahn

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