Come mia figlia ha scoperto la retorica

Intorno alla felicità e alle azioni che a essa conducono e a quella a essa contrarie, che ruotano tutti i tentativi di persuadere e dissuadere.
Aristotele

Tu che sei genitore come me, sai che verso i 4 anni i bambini hanno già acquisito una buona padronanza del linguaggio. Sicuramente sufficiente per esprimersi con chiarezza e determinazione quando vogliono chiedere qualcosa. Non c’è genitore che non si sia sentito dire “Io voglio …” da riempiere a piacimento con, ad esempio, gelato, quella bambola, quel camion ecc.

Sì, hai ragione, è una di quelle frasi perentorie che richiedono mooolto tatto e altrettaaaaaaanta pazienza. :-)

Qualche esempio di vita genitoriale. La sera, prima di andare a letto: “Piccola mia è ora di andare a letto”. E lei: “Ma io voglio giocare”. Al parco: “Tesoro mio, è ora di andare via”. Lei, con sguardo rattristato: “Ma io voglio restare”. Tu, in visita dagli amici, con tono affettuoso, sapendo oramai a che cosa andavi incontro: “Amore, dobbiamo andare”. E lei, da copione: “No! Voglio stare ancora.” Déjà-vu, vero? :-)

Che cosa fai in questi casi? Prepari la miglior artiglieria persuasiva per cercare di ottenere il risultato desiderato: convincere il proprio pargolo di tornare alla base. Apri una trattativa. Porti i migliori argomenti mai escogitati nella tua vita da genitore. Lei si ostina a ripetere “Io voglio …” da riempiere a piacimento con, ad esempio, restare, giocare, scivolare, saltare ecc. Dopo qualche tira e molla discorsivo, vince lei. Punto alla controparte e tempo supplementare, prima di ritentare il colpo. Al quarto-quinto tentativo, difficilmente prima, più facilmente dopo, riesci a raggiungere l’ambizioso obiettivo: tornare a casa, o metterla a dormire, o andare via dagli amici.

A 4 anni, appena acquisita una discreta padronanza del linguaggio, è un buon momento per fornire loro un primo assaggio di che cosa significhi ottenere l’effetto desiderato con l’arte della parola. Quello è il momento biologico per “scoprire il possibile mezzo di persuasione riguardo a ciascun soggetto”, per dirla con le parole di Aristotele, e muovere i primi passi alla scoperta della retorica.

Aveva poco più di 4 anni, mia figlia, quando iniziò il suo viaggio alla scoperta della retorica (lasciai da parte il nome – retorica – che, a questa età, ha poca importanza). Mi interessava offrirle qualche stimolo per farla argomentare tale o talaltra sua scelta, pensiero, azione. Così ho messo da parte la mia artiglieria persuasiva, tanto non davano i frutti attesi, e ho lasciato che fosse lei, mia figlia, a persuadere me.

“Ok, tesoro, non vuoi andare via. Perché?” Questa domandina – “Perché?” – è il riscaldamento prima di un allenamento discorsivo. È la domanda chiave posta da chi vuole vestire i panni dell’allenatore discorsivo. Questa è la parola guida verso le primissime argomentazioni. L’invito a scoprire l’importanza delle parole ben ordinate sui banchi dell’… argomentazione.

C’è uno spazio che tutti i bambini dovrebbero conquistare a l’età di 4 anni: lo spazio discorsivo. È uno spazio vitale dell’interazione verbale in cui poter esprimere il loro punto di vista anziché sentire il nostro, di punto di vista.

La conquista dello spazio discorsivo è il primo passo per avvicinarsi all’arte, un po’ strana e molto antica, di parlare con arte. Un grande passo per i piccini e le piccine che farà loro scoprire il fascino delle parole e la forza delle loro timide, primissime argomentazioni. Poi, cresceranno e diventeranno adolescenti in grado di sostenere argutamente il proprio punto di vista. Raggiungeranno, infine, l’età adulta capaci di trovare la parola giusta al momento giusto in qualsiasi contesto. Con la convinzione che la comunicazione di qualità è uno degli ingredienti chiave della buona vita familiare e professionale.

Ma torniamo a noi. Alla domanda “Perché vuoi restare?” la risposta sarà molto probabilmente secca, del tipo: “Perché voglio giocare”, “Perché voglio”, oppure “Perché così”. Ma se ribatti con un “Non sei stata sufficientemente convincente” o “Non mi hai ancora convinto” sarà capace di stupirti con qualche risposta più audace. “Voglio restare perché la bambola mia vuole che leggo una storia. Lo sai, papà, che leggere è cibo di anima, non si va a nanna senza mangiare”. Ricordandoti quella volta – attorno ai tre anni, quando ti chiese “Papà, perché leggi?” E tu: “Perché leggere è il cibo dell’anima”. Oppure, dagli amici, ti dirà che vuole restare perché ha appena iniziato un gioco e deve finire quello che si inizia. Déjà-udito? Eh, si, “la maestra ce l’ha detto”; argomento sufficientemente convincente al netto del contesto e dell’età.

Già ai 4 anni, eccoli, capaci di stupirci con solide argomentazioni, al netto del contesto e dell’età. Si prendono volentieri lo spazio discorsivo e accettano gli stimoli discorsivi forniti da chi decide di affiancare al proprio ruolo di genitore quello, altrettanto importante, di allenatore discorsivo.

C’è, bien sûr, il rovescio della medaglia: qualche anno più tardi, in una soleggiata mattina di primavera, sarà lei (o lui), il vostro erede, ad affermare: “Non sei stato abbastanza convincente” oppure “Prova a convincermi” quando direte loro: “Su, alziamoci, dobbiamo andare a scuola”:-) Un “rischio” da assumere, indubbiamente, se vogliamo insegnare loro l’arte del «dire»” che “significa già imparare a «essere»”, per dirla con le parole di Olivier Reboul, filosofo dell’educazione e profondo conoscitore della retorica.

Il punto è questo: quell’attimo in più richiesto attraverso il perentorio “Io voglio” è la dimostrazione di un primitivo tentativo di raggiungere la felicità. Lo sappiamo che a 4 anni di età è ancora in atto quella profonda unione mente-corpo che li fa immergere totalmente in qualsiasi attività. Sconnettersi non è per niente facile. :-)

Ecco, dunque, io ci ho provato e credo che già dai 4 anni possiamo sostenere i nostri piccini e le nostre piccine nei loro primissimi tentativi di raggiungere la felicità. Come? Facendole conoscere quella meravigliosa piccola cosa di assoluta importanza di nome retorica: l’arte di parlare con arte. Del resto, sempre lui, Aristotele, disse più di 2000 anni addietro, nella sua Retorica: “Intorno alla felicità e alle azioni che a essa conducono e a quella a essa contrarie che ruotano tutti i tentativi di persuadere e dissuadere”. Aggiungendo: si devono fare le cose che procurano la felicità o une delle sue parti, o che l’accrescono invece di diminuirla, mentre non si devono fare quelle che la corrompono o ostacolano o producono il contrario.” Perché la felicità, lo stesso Aristotele ci insegna, è “una condotta positiva di vita unita alla virtù”. Come dargli torto?

Foto dall’archivio personale

commenti sul blog forniti da Disqus