Come innamorarsi del Bel Paese

L’Italia  [ ... ] è un posto capace di mandarci in bestia e in estasi nel raggio di cento metri e nel giro di dieci minuti. Un laboratorio unico al mondo, capace di produrre Botticelli e Berlusconi. Un luogo dal quale diciamo di voler scappare, se ci viviamo; ma dove tutti vogliamo tornare, quando siamo scappati. Un paese così, come potete capire, non è facile da spiegare.
Beppe Severgnini

Per anni ho coltivato un sogno: volevo andarci in Inghilterra. E rimanerci. Un sogno audace, per uno nato e cresciuto nella Romania comunista.

Ho iniziato a studiare lingua e cultura inglese nella prima media. Primi anni ’80. In pieno socialismo, ferocemente fiorente. Insieme all’inglese, il francese, un anno più tardi. Erano, all’epoca, le due lingue maggiormente studiate nelle scuole rumene. Da allora non ho più smesso di studiarle e perfezionarle. Mi hanno aiutato a vedere oltre. Oltre le cupe frontiere della Romania comunista. Oltre le montagne trentine, negli ultimi vent’anni. Verso l’orizzonte: del sapere e della scoperta.

Nel 1996 – te lo ricordi Euro ’96? – il sogno stava per diventare realtà. Seguendo le abitudini del tempo in una Romania fortemente pervasa dal miraggio dell’Occidente, ricevetti dal consolato britannico a Bucarest l’agognato visto. Potevo fare le valigie.

Stavo per incoronare un sogno. Lo stesso di tanti miei coetanei, in una Romania triste, arrabbiata e ancora sanguinante dalle ferite del 1989. Stavo per partire. In Inghilterra, come tifoso della squadra rumena partecipante al Campionato Europeo di calcio Euro ‘96.

Ero felice e spaventato. Mi preparavo per fare un salto nel vuoto e le emozioni mi facevano battere forte il cuore.

Dicevo: andavo come tifoso della squadra rumena di calcio. Falso. E là, al consultato britannico di Bucarest qualcuno lo capì. Il giorno dopo aver ritirato il passaporto con il visto fui richiamato al consolato per un’intervista di approfondimento. Il risultato? Un visto per sei mesi con sopra tanto di timbro: CANCELLED. E un sogno andato in frantumi.

In treno, il viaggio di ritorno da Bucarest a Bacău, nella mia città, fu il più lungo della mia vita: 400 chilometri per tornare dalle stelle alle stalle. Incupito e deluso non mi restava che imprecare e prendermela con tutti. Con me stesso per aver scoperchiato il barattolo della sfiga. Per aver osato a guardare così lontano, verso l’irraggiungibile Occidente. Con la mia famiglia per avermi dato i lumi in un paese bello e disgraziato. Con il mio Paese per essere così bello e disgraziato. Con la sobrietà inglese. Con l’eccesso di scrupolosità dei funzionari britannici. E di nuovo con me stesso per aver raccontato storie a cui non ci credevo neanche io. Tanto meno i funzionari del consolato.

Tornavo a casa tradito e incupito. Testa e cuore a pezzi.

Avevo poco più di 20 anni, l’entusiasmo della giovinezza e un’insaziabile curiosità. E quel sogno coltivato per anni, andato in frantumi.

Mi ci vuole del tempo per riprendermi. Per fortuna non fu tanto difficile. Da lì a poco feci un concorso e iniziai a lavorare nella redazione del più importante giornale locale: Deşteptarea. Ai tempi della mia assunzione non aveva un sito web e i pochi computer erano presenti in solo due dipartimenti. La carta e la penna avevano la meglio. Insieme alle macchine da scrivere. Fu il mio primo contratto a tempo indeterminato. Interrotto cinque anni più tardi quando feci un nuovo tentativo di fuga dal mio Paese. Mentendo con più credibilità e pagando sotto banco chi contava. 

Così ottenni un visto di un mese tondo dal consolato francese per un viaggio, il primo e il più bello, nel tanto desiderato Occidente. Quel viaggio mi portò nel nord dell’Italia, nel Principato di Monaco e nel sud della Francia. Il cuore traboccava di emozione. Il mondo mi sembrò tutto a un tratto piccolo e a portata di mano. Della mia mano. Bergamo, Verona, Milano, Cannes, Nizza, Grenoble, Chamonix, il Traforo del Frejus esistevano davvero. Anche per me e non solo sulla carta.

Era settembre del 2001. Salii su un pullman insieme ad altri 40 veri viaggiatori, miei connazionali, pochi giorni prima che la cronaca consegnasse alla storia uno dei più drammatici eventi accaduti all’inizio del millennio. L’11 settembre vidi le terrificanti immagini delle torri gemelli crollate in un albergo di Marsiglia. Ero di ritorno dal tetto d’Europa. Avevo scrutato affascinato il Mont Blanc da Aiguille di Midi, 3842 m e il cuore nella gola. Mi sono riempito lo sguardo di tanta immensità in una splendida giornata di autunno. Il giorno dopo si mise a piovere. Tornammo in Italia. Il silenzio del pullman era irreale. Un senso di sconfitta si leggeva sulle facce dei viaggiatori.

Al rientro in Italia ci fermammo a Verona. La mia vacanza finiva lì. Dove iniziava la mia nuova vita. Ero affamato di Occidente. Pieno di speranza. Di entusiasmo. Di curiosità.

Da Verona partii per Sicilia. Per raggiungere la mia famiglia nel profondo Sud. Di lì a poco tornai al Nord, destinazione Torino. La stampa di tutta l'Europa non facevo altro che parlare del crollo delle Torri Gemelle di New York. L’esercito fu dislocato nei luoghi più affollati. Stazioni, aeroporti e altri posti notoriamente più frequentati.

Il mondo stava cambiando. Ma la fiamma del desiderio di raggiungere Inghilterra non si spegneva. Non si era mai spenta dall’ultimo tentativo fallito. Volevo a tutti costi mettere il piede sul suolo britannico. All’epoca, in molti entravano clandestinamente in Inghilterra nascosti sotto i teli dei vagoni di merce che attraversavano lo Stretto della Manica. Presto rinunciai all'idea, con l'aria militarizzata che tirava il rischio di essere fermato e rimandato a casa, in Romania, era altissimo.

Un amico italiano mi offri il suo aiuto. Il piano era semplice. Ed elegante. A Torino, ci siamo imbarcati in un TGV direzione Parigi, come due passeggeri in viaggio per le capitali europee. Dalla capitale francese dovevamo prendere l’Eurostar per Londra. Nella capitale britannica tutto era pronto. Un mio amico connazionale mi aspettava nella stazione Waterloo capolinea a quei tempi per i treni Eurostar in partenza dalla Ville Lumière. Lo chiamai da una cabina telefonica dalla stazione Gare du Nord per comunicargli l’ora di arrivo.

Nella stazione parigina c’erano soldati armati ovunque ed io ero molto teso. Insieme al mio amico ci dirigemmo verso il binario di partenza, biglietti Parigi-Londra in tasca. Sentivo i battiti del mio cuore, l’emozione era alle stelle. Tra me e l’incoronamento di un sogno custodito per più di dieci anni, c’era solo una … dogana. Ero teso. Il mio visto era ancora valido, ma non una garanzia per la salita nell’Eurostar distante solo qualche decina di metri. Ci fermammo a qualche passo dal controllo di sicurezza, prima della salita sul treno. La posta in gioco era altissima. Potevo passare tranquillamente con un visto rilasciato per lo spazio Schengen insieme a un amico residente in Italia, quindi in un paese dell'area Schengen, oppure rischiavo di essere respinto o peggio ancora fermato dalla polizia di frontiera e rispedito in Romania. Mi era già capitato qualche anno prima in Germania, non volevo rivivere quel film.

Non avevamo preso in considerazione il controllo frontaliero prima dei binari. Dovevo decidere in fretta. Guardai il mio amico. Guardai gli altri passeggeri biglietto e passaporto in mano passando tranquillamente i controlli di sicurezza.

Tutto o niente, mi dicevo. Scelsi niente. La decisione di seppellire per sempre un sogno coltivato per anni la presi così: nella stazione Gare du Nord di Parigi, con un biglietto Eurostar Parigi – Londra in mano. Circondato da tanti viaggiatori e un cospicuo numero di soldati dell’esercito francese. Guardai con occhi umidi il mio amico italiano. Mi sentivo sconfitto. Nuovamente tradito.

Punto. Parcheggiai definitivamente cet obscur objet du désir chiamato Londra e tornammo in Italia. Da Torino feci il viaggio di ritorno in Sicilia. Il visto stava per scadermi e senza documenti, trovare un lavoro al Nord era molto difficile, allora come ora. In Sicilia, tra Canicattì e Caltanissetta lavorai come operaio, badante e corriere. Non mi tirai indietro neanche quando mi fu offerto un lavoro che non avevo mai immaginato di fare: lavare le auto in un autolavaggio manuale. Feci questi lavori e mi godetti il sole siciliano per due anni. Poi ripartii. Con un biglietto di sola andata. Per Trento, scelta dopo averla scoperta per caso su Internet.

Sono passati di anni da quel giugno del 1996 quando mi ritrovai tra le mani un visto di sei mesi per Inghilterra con tanto di CANCELLED sopra. E da quel settembre 2001 quando feci rientro da Parigi dopo aver spezzato e seppellito un sogno lungo mezza giovinezza. Nel frattempo, ho visitato il Regno Unito più volte. Ho visto Londra, York, Leeds, Manchester, Brighton e altre chicche dell’Albione. Ho parenti stabiliti da anni in Inghilterra.

E un desiderio. Tutte le volte che mi trovo sul reale suolo della Sua Maestà, Regina. Quello di tornare a casa. Nella mia nuova casa da quasi vent'anni. Là dove le finestre sono larghe, le case più colorate e meno geometriche, il cielo più sereno e il mare più caldo. Là dove le persone sono meno eccentriche e più eleganti. Dove si parla a voce alta e si gesticola tanto.

Non saprò mai come sarebbe stata la mia vita se avessi tentato di passare quel controllo di sicurezza nella Gare di Nord parigina. So, invece, per certo, dopo diversi anni vissuti prima da clandestino e poi da regolare, da straniero prima e con doppia cittadinanza in seguito, dopo aver girato l’Europa e più volte Inghilterra.

Dicevo, una cosa so per certo: sono innamorato del Bel Paese.

Foto: dall'archivio personale - uno scorcio della skyline di Londra, visto da Parco di Greenwich

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