Come adottare un buon comportamento discorsivo

Uno è padrone di ciò che tace e schiavo di ciò di cui parla.
Sigmund Freud

Le parole che usiamo nelle interazioni quotidiane a casa, in azienda e … dappertutto sono le finestre spalancate verso il nostro mondo. Quando ci esprimiamo mettiamo in atto un comportamento discorsivo che riflette il rapporto con noi stessi, con l’interlocutore e con l’ambiente circostante. Attraverso le parole che pronunciamo riveliamo la nostra identità, il nostro modo di vedere il mondo, gran parte della nostra storia personale.

Qualche suggerimento per un buon comportamento discorsivo?

Evitare le sette frasi inquinanti della comunicazione quotidiana.

Eccole:

1.  “Oh, ma non dovevi …”

Tu sei contento di fare o di aver fatto un piacere al tuo interlocutore. Hai dato un senso al tuo tempo dedicandolo a un’attività che credevi fosse apprezzata dall’interlocutore. È un messaggio implicito di  interesse verso l’interlocutore: mi interessi e te lo faccio vedere donandoti parte del mio tempo. E chi da valore al proprio tempo s’inc …a. Letteralmente. Sentirsi dire: Oh, ma non dovevi … (inserire attività a piacimento) o qualche variazione tipo ma cos’hai fatto, chissà quanto ti sarà costato. C’è chi lo reputa un semplice, banalissimo, anche se cattivo, modo di dire. Lo dici e non ci pensi, tantocosavuoi verba volant … Non è così, svalutare l’investimento di tempo nel fare un bel gesto è una di quelle mancate occasioni per fare una buona impressione. Al principio di turpiloquio inutile e inquinante c’è un rimedio: il semplice, l’essenziale, l’inconfondibile e l’impagabile Grazie! Onesto.

2. “Ma anche tu …”

Questo modo di dire è stupendamente privo di senso e di contenuto. Sorge soprattutto nelle situazioni conflittuali, quando sulla scena della comunicazione la tensione discorsiva è a picco. Di solito funziona così: di fronte a un messaggio innocuo, un’osservazione bonaria o una critica costruttiva, l’interlocutore ribatte: Ma anche tu hai … (inserire verbo a piacere). Rispecchia, in ordine, un’impulsività discorsiva, carenza di autostima, limitata capacità di responsabilizzarsi. Con questa battuta si chiudono le porte del dialogo e si attiva la modalità difesa. A chi si precipita a ribattere con questa inquinante battuta, consiglierei di fare un respiro profondo, contare fino a cinque e asserire: ok, l’ho fatto perché … (inserire motivo). Tu come avresti fatto? È l’apertura verso un dialogo che può portare alla risoluzione del problema insorto.

3. “Perché …”

Il tempo è il migliore bene che possediamo. Una ricchezza che non va sprecata nemmeno nelle interazioni quotidiane. Evita di ascoltare o fornire delle giustificazioni non richieste. Succhiano tempo e energia. Discorsiva e cognitiva. Pensaci la prossima volta che stai per fornire una motivazione non richiesta. O morditi la lingua. Al tuo interlocutore potrebbe non interessare il perché tu hai fatto, pensato, detto una qualsiasi cosa. Pertanto, rispondi semplicemente alla domanda e fornisci le motivazioni solo su richiesta.

4. “Sempre …”

Insieme a tutti è tra le più utilizzate generalizzazioni, espressione di un pensiero calderone in cui tutti pensano, dicono fanno sempre così. Espressione di dispersione di energia discorsiva e cognitiva. Falso nascondiglio per non esprimere con coraggio, decisione e chiarezza un’opinione, un proprio punto di vista. Anche sbagliato. Meglio, decisamente, concentrarsi sull’essenziale, e l’essenziale sei tu e nessun’altro. Lasciamo che i tutti facciano sempre quel che vogliono. Fermiamoci al noi, all’io che talvolta facciamo così, talaltra pensiamo così. Il punto è che non è sempre così che tutti fanno, dicono, pensano.

5. “Se vuoi …”

Che ne pensi di andare al cinema stasera? Se vuoi …; Che dici di trascorrere le prossime vacanze a … (inserire località caraibica a vostro piacimento) Se vuoi …; Hai voglia di una passeggiata? Se vuoi. Si, lo so, ti suona famigliare, le sentiamo spesso questo tipo di flaccide risposte. Chi le pronuncia è convinto di fare un piacere all’interlocutore, di esprimere disponibilità e desiderio di accontentare. Mentre un tale comportamento salice rispecchia una gigantesca incapacità di esprimere la propria volontà e, insieme, mancanza di rispetto per la propria persona. Se te lo chiedo mi piacerebbe sentire tutt’altro che una risposta condiscendente. Anche un No è meglio di un Se vuoi.

6. “Non ce la faccio …”

Personalmente sono dell’idea che è una forma di rispetto verso se stesso l’impegno che mettiamo nelle attività svolte a casa, in azienda e … dappertutto, grandi o piccole che siano. Quando sento non ce la faccio ribatto con una provocatorio Hai provato? Indovina un po’: nella stragrande maggioranza dei casi la risposta alla mia domanda è no, ma sì, che … vedi, volevo, pensavo, immaginavo … . All’opposto, mio apprezzamento per colui che prima di mettere da solo in dubbio le proprie capacità e conoscenze vola a bassa quota e afferma cose del tipo ho provato a … o mi sono impegnato a…

7. “Aspetta …”

E i cugini altrettanto inquinanti dopo e vediamo. A meno che non si voglia deliberatamente guadagnare del tempo per meglio riflettere sulla decisione da prendere, è meglio alzarsi dalla sedia e fare quello che ti viene richiesto. È una delle più elementari forme di rispetto nei propri confronti e nei confronti del tuo interlocutore. Il voler fare non aspetta. I tre cuginetti aspetta, dopo e vediamo vanno usati con parsimonia nelle interazioni quotidiane.

Adesso sai che cosa inquina la comunicazione quotidiana. Non ti resta che bonificare il tuo ambiente discorsivo e adottare un comportamento responsabile, discorsivamente parlando. La retorica può darti una mano. Che c’entra la retorica? Fai bene a chiedermelo. Ti rispondo subito e non sarò ripetitivo: leggi A che cosa serve la retorica, che ho pubblicato qualche settimana fa.

Spero che il post di oggi ti abbia dato qualche spunto su come essere più efficace nei tuoi comportamenti discorsivi. Le parole sono importanti, siamo d’accordo, vero?

Ti auguro una buona settimana … discorsiva! :-)

Foto di Pierre Metivier

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