Che cos’è la filosofia, oggi?

Non credo che tu debba essere migliore di tutti gli altri, penso che tu debba essere migliore di quanto tu abbia mai pensato di poter essere.
(Ken Venturi, golfista)

L’ho incontrato alcuni mesi fa, a Padova, in occasione delle finali regionali del Torneo di dibattito Palestra di Botta e Risposta 2017.  Ci siamo subito sintonizzati, tanto da fermarci a chiacchierare a lungo. Di comunicazione, di società, di filosofia, di noi. E soprattutto di vita.

Parlo di Gian Paolo Terravecchia, doppio PhD in filosofia e in filosofia teorica e pratica, autore di diversi libri e manuali e docente di filosofia. Quella sera, seduti nella hall di un prestigioso albergo padovano ci siamo ritrovati a interrogarci con curiosità adolescenziale sul significato della vita. Non capita tutti i giorni. Non capita con tutti. Ma se succede, potresti vedere cose nuove che non hai visto prima, oppure potresti vedere le stesse cose da una prospettiva diversa.

Quella sera ci siamo lasciati con la promessa di risentirci. Eccoci, dunque, sono felice di poter condividere l’intervista che Gian Paolo ha rilasciato ai lettori RhetoFan.

Gian Paolo, a te la parola.

D: Che cos’è la filosofia, oggi?

R: La filosofia è molte cose e una sola. È molte cose a seconda di chi la pratica: l’accademico studia cose filosofiche come “l’influsso di Tito Livio sulla riflessione filosofico-politica del tardo Rinascimento”, “i problemi mereologici nell’ontologia degli enti finzionali”, “quali varianti ermeneutiche rilevanti del testo della Metafisica di Aristotele si giustificano sulla base della sola famiglia di manoscritti alpha?”; si tratta di problemi che restano del tutto estranei all’uomo comune. Questi non solo non li apprezza, ma di solito non ha nemmeno gli strumenti per capirne il senso. L’uomo comune potrebbe però trovare curioso l’ultimo libro sulla filosofia di Star Trek e appassionarsi alla filosofia dei Simpson. Temi che invece l’accademico disprezzerà, anche per il tentativo di commercializzare e divulgare frammenti di ciò che egli tratta con strumenti raffinati, nella propria attività professionale. Il suo amore per il rigore e il tecnicismo viene mortificato dalla volgarizzazione e dall’impoverimento banalizzante. Per contro, c’è da credere che tanto l’accademico quanto l’uomo comune saranno disinteressati a quello che invece fanno, per esempio, milioni di italiani che insegnano o studiano alle superiori i classici della filosofia: gli accademici, ritenendo la cosa noiosa e troppo a tagli grossi e di base; l’uomo comune, faticherà invece a capire perché ci si dovrebbe interessare a una lunga teoria di personaggi, spesso bizzarri, che dicono molte cose, non di rado almeno a prima vista strampalate. Vi è poi almeno una ulteriore categoria. Gli intellettuali, che pensano alla filosofia come un vezzo e che citano l’ultimo filosofo di grido per dare un tocco alto al loro dire, o che si servono di qualche concetto filosofico come posa per marcare la differenza che li eleva, per farne un ornamento rivelatore della loro aristocratica superiorità. Essi non avranno le risorse intellettuali per comprendere i lavori accademici, arricceranno il naso di fronte alla cultura pop che, se abbracciata, li tradirebbe come dei parvenu della filosofia. Potrebbero però effettivamente appassionarsi per la storia della filosofia, ma finirebbero, più forse di tutti gli altri, per tradire la filosofia, quello che essa è autenticamente, se davvero c’è qualcosa del genere. Dicevo infatti, all’inizio, che la filosofia è una sola: è amore di sapere, come suggerisce l’etimo, l’origine della parola. È una passione e consiste nel bisogno di guardare alle cose, cercando di capire i perché ultimi, non accontentandosi delle apparenze, amando la verità più che se stessi e soprattutto, nel tentativo di soddisfare questo bisogno, formulando tesi esplicative poi argomentate. In questo, la filosofia oggi non è per nulla diversa da quella che era ieri, da quel che era nel suo momento aurorale, tra gli antichi greci. Bisogna costudire questo spirito originario, perché molte delle forme in cui si pratica la filosofia oggi rischiano di dimenticarlo e perciò ci si dice filosofi, ma si fa altro dalla filosofia. Si fa qualcosa che con lo spirito della filosofia ha poco o nulla a che spartire. Siccome infatti quel che si fa conserva l’etichetta della cosa, ci si illude di fare ciò che in realtà si tradisce.

D: Ci guardiamo in giro e spesso vediamo persone che parlano tanto e non sempre bene. Come la filosofia può aiutarci a parlare meglio, parlando meno?

R: Mi piace questa domanda! Davvero preziosa soprattutto per le due parole finali: “parlando meno”. La filosofia in realtà non insegna a parlare meno, questo lo insegna qualsiasi buon insegnante di italiano, che esercita gli allievi a fare riassunti. La filosofia insegna ad andare all’essenza, a cogliere il nocciolo, a stare sul punto. Il suo non è un esercizio di sintesi, ma di essenzialità, un amore alla chiarezza del pensiero. Altrimenti si finisce per essere ossessionati dal dire meno e si finisce per optare per un dire poco che è un impoverire. A volte, per essere davvero chiari, bisogna parlare tanto: un trattato di poche pagine può essere scuro come la notte e un volume di mille pagine può essere cristallino e completo. Il parlare meno quindi va inteso non come una conta di parole che aspira al risparmio, una parsimonia espressiva fine a sé stessa, ma come un saper dire che va al cuore della questione e la sviscera, rivelando prospettive inaspettate e stupefacenti.

Quando un filosofo sa fare bene il suo mestiere, le sue concettualizzazioni riescono a dire molto di più e meglio. Ma non sempre è facile e la capacità di elaborare concettualità che funzionano non è del solo filosofo. La potenza espressiva che può avere una buona concettualizzazione mi si è rivelata qualche anno dopo aver scritto la mia tesi di laurea, che discuteva lo stile del Tractatus, il capolavoro di quel grande logico e filosofo del Novecento che fu Ludwig Wittgenstein. Avevo infatti scritto diverse pagine, cercando di esprimere un concetto, ma non avevo la parola per farlo e perciò ci giravo intorno, senza ottenere quella chiarezza cui pure aspiravo. Anni dopo, con lo sviluppo dell’informatica, si cominciò a parlare di ipertesto. Quando conobbi la parola fu per me un’illuminazione: quello che avevo con tanta fatica cercato di dire è che il Tractatus è un costrutto intellettuale ipertestuale: tre parole che liquidavano tanti faticosi e goffi giri di pensiero.

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D: Uno dei più ardui compiti della vita di tutti i giorni è trovare le parole giuste e pronunciarle al momento giusto. La filosofia ci può aiutare?

R: Vero, davvero arduo! Ma, ancora una volta, no, almeno non lo credo. Il filosofo, per come la figura si è sviluppata nella cultura occidentale non è di per sé il saggio. Qualcuno sa forse insegnare ad acquisire uno stile di pensiero filosofico, una sensibilità a problematizzare, un amore all’argomentazione, una capacità dialettica, una proprietà nell’uso della concettualità filosofica e può offrire una cultura filosofica attraverso lo studio dei classici. Tu ti riferisci invece ad altro, mi sembra, cioè a una sensibilità e a una capacità umana che si coltivano negli anni e che non sono per lo più oggetto della riflessione filosofica. Ciò detto, alcuni settori della filosofia, offrono strumenti preziosi per trovare modo di dire le cose e per discernere il momento migliore e persino le forme più adatte al contesto. La filosofia non va insomma idealizzata, perché non è bene avere attese che essa rischia di disattendere. Soprattutto, la sfida filosofica decisiva è che queste cose non vanno ricercate in una tecnica che, quasi non occorresse pensare, ci dice con un automatismo il quando e il come; quanto piuttosto essa ci invita a formarci uno spirito sensibile e pronto a cogliere l’attimo.

D: Chi nella complessità del mondo odierno ha più bisogno di filosofia? I giovani? I manager? I politici?

R: Nessuno di questi, in quanto tali. Tu menzioni una serie di categorie sociali. La filosofia si rivolge all’uomo, al suo desiderio di conoscere, al suo insopprimibile e però spesso sopito desiderio di capire il mondo e il proprio posto nel cosmo, sopito dal potere, dalla stanchezza del vivere, dall’effetto stordente delle urgenze del quotidiano. Perciò tutti ne hanno bisogno, ma è così per via della loro natura, non a motivo della loro condizione. Può poi succedere però che certe condizioni rendano particolarmente sensibili a specifiche questioni filosofiche; per esempio, chi lavora nella sanità lo diventa alle questioni dell’etica della cura, o chi lavora nel mondo della scuola ai problemi della filosofia dell’educazione. È più difficile che i politici si sentano sensibili ai problemi della filosofia politica, perché la loro pratica li assorbe e non è facile per loro capire che si è capaci di scelte migliori, se consapevoli delle opzioni teoriche in campo. Da questo punto di vista, un certo populismo fa credere che la buona politica trovi nell’onestà e nella rettitudine la panacea, così che ne dovrebbe derivare quasi automaticamente il buongoverno. Se avessi accettato la tua domanda senza riserve, avrei detto che c’è effettivamente una condizione che più di ogni altra ha urgenza di restare a contatto con la filosofia. Si tratta dei giovani: una gioventù resa sensibile dalle questioni filosofiche è avvantaggiata, perché può acquisire un habitus, un modo di guardare alle cose della vita e a sé, ricco e tale da donare flessibilità e apertura mentale. Doti preziose che rendono migliori.

D: Di felicità se ne parla tanto e tutti vorrebbero raggiungerla. È la filosofia una via per raggiungere la felicità?

R: No, o almeno non è detto, mi sembra. La via per raggiungere la felicità è una pratica che dipende dalla saggezza che consiste nella capacità di deliberare i mezzi per conseguire la piena realizzazione di sé. La filosofia dell’accademia non insegna a essere saggi, né la filosofia pop, né il modo di esprimersi filosoficamente dell’intellettuale. Se poi la semplice lettura dei classici insegnasse la saggezza, l’umanità avrebbe un sicuro metodo per migliorarsi, ma purtroppo non è così. Questo non significa però che la filosofia non abbia nulla da dire sulla felicità, né che la sua pratica non possa risultare davvero decisiva per vivere una vita migliore. La filosofia infatti insegna ad avere più chiari i fini verso cui l’essere umano va. Essa, del resto, consente di deliberare con maggiore consapevolezza sui mezzi, permette di conseguire un sano distacco dagli esiti e dalle proprie istintualità e pulsionalità, o almeno fornisce valide ragioni per farlo. Se si ha una vocazione a fare della propria vita un cammino filosofico, allora essa è effettivamente una via per la felicità, per la propria felicità individuale. Ma questo è un discorso per pochissimi e non è il modo in cui solitamente si intende la tua domanda.

Grazie Gian Paolo, per gli spunti offerti e per aver condiviso con i lettori RhetoFan le tue riflessioni.

Gian Paolo è presente online al seguente indirizzo: https://sites.google.com/a/cnpd.it/terravecchia/. Troverete numerosi articoli, interviste, riflessioni su diverse tematiche: non solo filosofia, ma anche didattica, scrittura, dibattito, argomentazione, digitale.

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Buona settimana.

Foto di Hartwig HKD

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