Bando alle parole e largo alle immagini

Si deve rendere esotico il linguaggio, poiché gli uomini ammirano ciò che è lontano, e ciò che provoca meraviglia è piacevole.
Aristotele

Racconti 1, 2, 3, 4 è uno dei libri meno conosciuti di quel pezzo da novanta del teatro mondiale, peraltro mio stimato connazionale, Eugène Ionesco. Il suo nome originario fu Ionescu con la desinenza (e)scu molto diffusa in lingua rumena (tanto per fare un esempio: il Mario Rossi rumeno si chiama Popescu :-)

Ionesco visse per la maggior parte della sua vita in Francia, fu uno dei massimi esponenti del teatro dell’assurdo e membro dell'illustre Académie française,  il gendarme della lingua francese da più di 400 anni.

Si spense nel 1994, avevo 20 anni e appena iniziai a conoscerlo. Così tardi perché nel buio culturale della Romania ante 1989, Eugène Ionesco era vietato.  

Il libro appena citato è, come si può intuire dal titolo, una raccolta di 4 storie raccontate realmente dal padre Eugène Ionesco alla figlia unica Marie-France quando era piccola. Lo scoprii per caso, in una libreria di Bacău, la mia città natale.

Fu amore a prima vista. Mia e di mia figlia. Sono ormai 5 anni che continuiamo a leggerla e rileggerla in lingua rumena. Al punto che Chiara ed io conosciamo interi passaggi a memoria. Annoiati dalla lettura ripetitiva? Mai.

Non lo abbiamo letto in una lingua diversa. Fino all'altro giorno quando pensai che un sorprendente dialogo tra il padre Eugène Ionesco e la piccola figlia Marie-France meritasse di essere condiviso con i lettori RhetoFan.

Si sa, prendere consapevolezza della capacità delle parole di creare immagini è un buon esercizio sin dalla tenera età. Perciò bando a troppe parole, e largo alle immagini.

Papà Eugène, a te la parola.

Josette va a trovare il suo papà nello studio.

Papà telefona, e fuma e parla al telefono.

Dice:

Pronto, signore? Pronto? È lei? …

Eppure le avevo detto di non telefonarmi mai più. Signore, lei mi infastidisce.

Signore, non ho un minuto da perdere.

Josette chiede al suo papà:

Parli al telefono?

Papà riaggancia. Papà dice:

Questo non è un telefono.

Josette risponde:

Ma sì, è un telefono. Me lo ha detto la mamma.

Me lo ha detto Jacqueline (ndr: Jacqueline è il nome della tata di Josette)

Papà risponde:

La mamma e Jacqueline si sbagliano. La mamma e Jacqueline non sanno come si chiama.

Questo si chiama formaggio.

Questo si chiama formaggio? – chiede Josette.

Così tutti penseranno che è un formaggio.

No – dice il papà – perché il formaggio non si chiama formaggio, si chiama carillon.

Il carillon si chiama tappetto.

Il tappetto si chiama lampada.

Il soffitto si chiama pavimento.

Il pavimento si chiama soffitto.

Il muro si chiama porta.

E papà insegna a Josette il giusto senso delle parole.

La sedia è una finestra. E la finestra è un portapenne.

E il guanciale è un pezzo di pane. E il pane è lo scendiletto. I piedi sono orecchie. Le braccia sono piedi. E la testa è il sedere. E il sedere è la testa.

Gli occhi sono dita. Le dita sono occhi.

Allora Josette parla come il suo papà le ha insegnato a parlare. Dice:

Guarda dalla sedia, mentre mangio il mio guanciale.

Apro il muro, cammino con le orecchie.

Ho dieci occhi per camminare, ho due dita per guardare.

Mi siedo con la testa sul pavimento. Metto il sedere sul soffitto. Dopo che ho mangiato il carillon, metto un po’ di marmellata sullo scendiletto per farmi un bel dolcetto. Prendi la finestra, papà, e disegnami delle figure.

Josette ha un dubbio:

come si chiamano le figure?

Papà risponde:

Le figure? … Come si chiamano le figure? …

Non si deve dire “figure”, bisogna dire “figure”. 

Arriva Jacqueline. Josette si precipita verso di lei e le dice:

Sai, Jacqueline, le figure non sono figure, le figure sono figure.

Jacqueline dice:

Ah! Ci risiamo con le sciocchezze del suo papà! …

Ma sì, bambina mia, le figure non si chiamano figure, si chiamano figure.

Allora papà dice a Jacqueline:

È proprio quello che le ha detto Josette. 

No – dice Jacqueline a papà – ha detto il contrario.

No, lo ha detto lei.

No, lo ha detto lei.

Dite tutti e due la stessa cosa – dice Josette.

E poi, ecco, arriva la mamma, fresca fresca come una rosa, con dei fiori nel suo vestito in fiore, la sua borsetta in fiore, il suo cappello in fiore, i suoi occhi come fiori, la sua bocca come un fiore…

Dove sei stata così di buon’ora? – chiede papà.

A raccogliere fiori – dice la mamma.

E Josette dice:

Mamma, hai aperto il muro.

Ecco, pertanto, un brano divertente di una storia realmente raccontata da uno dei maggiori esponenti del teatro dell’assurdo a sua figlia. Ti aiuterà nel tuo compito di allenatore discorsivo. Da buon papà responsabile che sei, riuscirai a trasmettere maggiore consapevolezza discorsiva ai tuoi figli. Con le parole giuste (e dai significati imprevedibili), al momento giusto (quando i figli hanno ancora bisogno di sentirsi leggere e raccontare storie dai loro genitori).

A tua figlia, indubbiamente piacerà. Qualcosa mi dice che a tuo figlio e a te, anche. Alla mamma, invece, solo se vestita di fiori ;-)

Divertitevi e fatemi sapere com'è andata. 

Buona settimana, 

Lucian

Foto dall'archivio personale

commenti sul blog forniti da Disqus